Violant – New Mural in Braga

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L’uomo è affezionato alla violenza. Non volontariamente, ma attraverso un meccanismo implicito, un input silente che però accompagna e scandisce la vita di ciascuno di noi.
Da sempre ricorriamo alla violenza, questa nel corso del tempo ha assunto differenti forme ma soprattutto ha saputo accompagnare l’essere umano, e le società da lui stesso create, nella sua costante evoluzione.
È certamente interessante notare come, proprio in questo percorso condiviso, sia avvenuto una sorta di slittamento cognitivo, accentuatosi specialmente dal dopoguerra in poi. Figlio dell’accelerazione ed evoluzione(?) costante compiuta dalla società.
Da un comportamento volontario, atto a determinare un azione contro la volontà altrui, siamo passati, ad una semplice azione atta a provocare dolore, (quasi) unicamente per il gusto di farlo. Detta così suona come una sentenza, ma i differenti tipi di violenza a cui siamo sottoposti giorno dopo giorno, sia in modo attivo quanto passivo ed apparentemente invisibili, hanno decretato in me questa particolare riflessione.

L’uomo ha saputo cogliere le profondità e le sfaccettature dei differenti e personali canali emotivi, fisici ed verbali, questi ultimi nel corso del tempo si sono evoluti di pari passo con la società, comprendendone le proprie debolezze e fragilità, l’essere umano ha iniziato ad utilizzarli per imprime dolore.
Siamo circondati dalla violenza verbale, spesso metro di dialogo e di confronto, di prevaricazione nei confronti dell’altro, che utilizziamo per imporre le nostre idee od il nostro credo. Il tutto è amplificato dall’avvento di internet e dei social network, che indubbiamente hanno permesso a chiunque di esprimere le proprie idee, sbagliate o giuste che siano, e soprattutto utilizzare nuovi tipi di violenza al fine di imporle verso il prossimo, attraverso modi più o meno legittimi.
Al tempo stesso ci siamo ‘adattati’ alla violenza visiva, trasformando il nostro spazio di vita in un palcoscenico di pubblicità, annunci, immagini e visioni, caratterizzate da una escalation verso l’eccesso che non accenna minimamente ad arrestarsi. Abbiamo letteralmente imbottito il nostro quotidiano di elementi atti a violare ed influenzare la nostra coscienza, con il solo scopo di spingerci all’acquisto di un bene od un servizio.
Infine viviamo in periodo storico profondamente scandito dalla violenza fisica. A livello globale sotto forma di attacchi terroristici ad esempio, di continue guerre e morti futili, ma soprattutto, entrando nel piccolo, di orrori perpetrati tra le mura domestiche, nelle grandi città come nei piccoli paesi, di storie raccapriccianti che sempre più riempiono i titoli dei giornali, dei telegiornali e delle notizie che così rapidamente corrono intorno a noi.

Lasciando stare i binari delle cospirazioni e dei complotti, è innegabile come siamo talmente abituati a sentire parlare, a vedere e percepire violenza, in tutte le sue nuove e rinnovate forme, che con difficoltà ne rimaniamo stupiti o ne cogliamo l’effettiva profondità del dolore inflitto. Penso nuovamente ai mezzi di informazione, sempre più caratterizzati da una lunga lista di avvenimenti violenti e drammatici. Siamo sottoposti ad una sorta di distaccamento dove, ci rendiamo conto delle situazioni, ma non ne comprendiamo appieno l’impatto emotivo, psicologico e fisico, a meno che non ne subiamo le conseguenze in prima persona.

In modo passivo od attivo, siamo quindi parte di una società caratterizzata dalla violenza, che fa uso essa stessa della violenza e che si serve di quest’ultima, per istillare e stimolarne l’uso. Il risultato è un costante e sibilino stato di angoscia, di rabbia e paura, tutti stati emotivi che implicitamente segnano questo particolare periodo storico.
La capacità di cogliere appieno questi aspetti, di contestualizzarne efficacemente l’impatto emotivo, riuscendo a trasmetterne tutta la drammaticità e la profondità insita, rappresentano i punti cardine dell’operato di Violant.

Il lavoro di Violant è duro, nella forma e nei temi che l’autore Portoghese propone nelle sue produzioni. La violenza, richiamata dal nome stesso con cui l’interprete si confronta con la strada, non è prettamente di tipo visivo, quanto piuttosto una costante tematica che viene sviscerata attraverso gli spunti che lo stesso artista vuole lanciare allo spettatore od al passante casuale.
L’interprete in questo senso guarda proprio al quotidiano, alla vita di tutti i giorni, osserva e scruta la realtà che ci circonda, contestualizzandone gli spunti attraverso una personalissima dialettica visiva. Questo processo, prima cognitivo e poi pittorico, avviene per mezzo di un duplice percorso tematico, da una parte la società e l’essere umano, principali protagonisti, dall’altra l’aspetto emotivo della sua pittura, attraverso il quale così profondamente il Portoghese amplifica l’impatto e l’impeto emotivo dei temi raccolti all’interno delle sue particolari produzioni.

Le opere si presentano anzitutto difficili da leggere, alcune volte fortemente legate al luogo di lavoro: esempio eclatante “Virtvtibvs Maiorvm” in cui l’autore rielaborava uno dei monumenti più famosi di Lisbona in funzione della difficile situazione economica del paese. Più spesso le sue pitture trattano argomenti profondi attraverso una metrica visiva altamente personale.
Violant utilizza analogie pittoriche peculiari, plasmando veri e propri universi narrativi dove, anche il più piccolo dei dettagli, compone un puzzle tematico in grado di restituire il senso della riflessione affrontata. Ma è l’immagine finale che dirotta ed assorbe totalmente l’attenzione, un pugno emotivo in grado di far rimbalzare sensazioni e emozioni eterogenee, in grado di cogliere e sviluppare al meglio l’eredità dei tempi moderni.
Il confronto inevitabilmente passa per un dialogo dai temi malinconici e duri. La società, i problemi economici, la crisi d’identità dell’uomo moderno, appaiono come fili conduttori di una produzione sfaccettata che si apre e si sviluppa riuscendo a cogliere alla perfezione tutto quel grande calderone di problematiche che tutti noi affrontiamo giorno per giorno. Proprio per questa sua capacità empatica, chi osserva, comprende e si ritrova coinvolto appieno nell’immaginario duro e violento dell’artista.

Intelligenza di João Maurício, questo il nome dell’interprete, è quella di non soffermarsi unicamente su un unico aspetto tematico. L’autore ha saputo approfondire i temi più disparati, ad esempio l’abbiamo visto spesso confrontarsi con le problematiche ambientali e con lo sfruttamento accelerato delle risorse naturali da parte dell’essere umano, esemplare in questo senso “Gaia“. Oppure temi come la morte, raffigurata in una incredibile sequenza dipinta all’interno di un vecchio edificio abbandonato (Covered), che per impatto, profondità emotiva e durezza visiva, rappresenta probabilmente una delle opere più riuscite dell’artista. Il consumismo ed il cibo spazzatura che sta letteralmente avvelenando e rubando la vita all’uomo, sono i principi invece di “Steal Life“, arrivando infine ad una critica spietata e diretta in “The Fall of Adam” che colpisce duramente l’uomo moderno, e la sua deriva, attraverso una potente analogia visiva.

Ma le opere che hanno saputo maggiormente catturare la mia attenzione, sono quelle certamente più criptiche, difficili da inquadrare, capaci quindi di veicolare una personale chiave di lettura, e per questo quindi, maggiormente personali. In questi interventi, tra cui voglio citare due pitture in particolare: “Do Menor” e la pittura realizzata a Lodz in Polonia (Covered), Violant adotta un immaginario inconsueto, diverso dalle peculiari produzioni, lasciando a chi osserva totale libertà di interpretazione.
Gli stimoli si fanno molteplici, con immagini crude, malinconiche, sorrette dalla particolare fisicità distorta e catastrofica. In entrambi i casi, sia il pianoforte distrutto che il vascello rovesciato, alimentano un senso di disfatta, di totale sconfitta e rassegnazione. L’analogia proposta in questo senso diviene individuale, con le due pitture che divengono volano espressivo in grado di legarsi alla perfezione con vicende del tutto personali.

A sostenere questo particolare setting tematico, troviamo un approccio pittorico anzitutto scandito da uno stile altamente personale. L’impostazione estetica di Violant è scandita da un utilizzo di tonalità spente, tavolozze cromatiche atte a ribadire e sostenere al meglio la crudezza dei temi trattati, dando una personale inquadratura cromatica ai soggetti ed agli elementi proposti. Fortemente vicino ad un disegno illustrato, l’interprete non si risparmia, sceglie di lavorare senza alcun tipo di censura, portando avanti una pittura votata al realismo.
L’idea è quella di porre in essere una specifica presa di coscienza, una vera e propria immersione. Le immagini trasmettono infatti un senso di disagio generale, stridono e colpiscono efficacemente le corde più sensibili. L’elevata quantità di dettagli, la profondità dei colori utilizzati, compongono un impianto visivo complesso da digerire, sia per i temi, quanto per gli elementi visivi utilizzati per veicolare gli stessi.
Sono visioni disturbate, immagini di difficoltà, capaci di colpirci fortemente, proprio come un pugno allo stomaco, forte e ben assestato, in grado di provocare in noi l’esigenza di una personale riflessione su noi stessi e sulla nostra vita.

Dal titolo “Disastrerpiece” quest’ultima pittura di Violant raccoglie appieno l’esperienza pittorica e tematica dell’autore Portoghese. L’intervento, dipinto a Braga per il progetto BragARTES, ha visto l’autore confrontarsi con questa lunghissima parete, e soprattutto abbracciare appieno la tematica generale dell’evento, rielaborandone gli spunti attraverso la propria sensibilità.
Colorare il futuro, parte da qui Violant, andando a sviluppare una nuova e potente riflessione che abbraccia appieno tutte quelle differenti sfaccettature che compongono il suo immaginario. La società moderna, ed in particolare, quel costante senso di (auto) distruzione che sta accompagnando questo particolare periodo storico, rappresentano qui i pilastri dell’esperienza cognitiva dell’opera.
L’idea dell’autore è quella di porre in essere una nuova riflessione in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica circa la guerra, lo sfruttamento delle risorse naturali, il continuo distacco dalla natura, ed approfondendo, la morte e la distruzione.

Il risultato finale vede un paesaggio desolato, grigio e tetro, carico di simboli come monumenti che ben conosciamo. Vediamo la Tour Eiffel, il Colosseo, il ponte di Brooklyn, il Big Bang letteralmente distrutti. Tutti intorno la natura che torna a prendere possesso della terra, un cervo che fissa lo spettatore, un automobile devastata.
Si tratta di una sorta di finestra sul futuro, amplificata da un senso di profonda malinconia e tristezza che ne avvolge la fruizione. Le tonalità scelte ancora una volta amplificano queste sensazioni, stimolando una riflessione sul nostro modo di vivere, sulle azioni che compiamo, sull’odio e sulla violenza che potrebbero portare a catastrofi come questa. Ancora una volta l’uomo non è presente, non è visibile, risulta assente fisicamente , con il chiaro intento di proiettare chi osserva come protagonista, all’interno di un mondo in rovina, per una stretta allo stomaco che ancora una volta diviene acuta e difficile da gestire.

Thanks to The Artist for The Pics
Pics by BragARTES

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