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Ravo for Urban Canvas in Varese

Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi, così riporta la sempre affidabile Wikipedia. Il tempo è l’unica misura che scorre in avanti e, almeno di non arrivare a mirabolanti scoperte, non è controllabile, e rappresenta una delle influenze maggiori nella vita di ciascuno di noi. È un influenza costante quindi, che esercita tutto il suo fascino, specialmente in questo particolare contesto storico, scandito dalla velocità, dalle informazioni rapide e da ritmi sempre più frenetici.
L’essere umano ha sempre avuto un rapporto controverso con lo scorrere del tempo, spauracchio costante all’interno di una vita terrena. Il tempo agisce senza alcuna influenza, continuando la sua corsa, acchiappando vite, dimenticandone altre, lasciando all’essere umano un senso di impotenza di fronte alla ineluttabilità di una vita che di fronte ad esso scorre silente, senza tregua. Cancella memorie passate e presenti, lasciandoci interdetti di fronte ad una esistenza che di fatto passa inosservata, risulta vacua nell’impossibilità in cui ciascuno di noi possa lasciare il suo marchio nella memoria collettiva.

L’uomo ha quindi da sempre cercato di scolpire nel tempo il proprio nome, per far si che la propria stessa esistenza non passi inosservata, cancellata e dimenticata. Attraverso imprese ad esempio, oppure impiegando i propri peculiari talenti nella realizzazione di un qualcosa che potesse rimanere, fermo, immobile ed immacolato, nonostante il lento ed inesorabile scorrere degli anni.

Il lavoro di Ravo si è sempre mosso attraverso due differenti peculiarità. La prima è senza dubbio legata alla volontà dell’autore Italiano di approfondire se stesso.
Nella crescita di ciascuno di noi arriva il momento di un confronto con la nostra natura. In particolare con tutto lo spettro emotivo, psicologico e percettivo che, attraverso le differenti esperienze di vita, forgiano e plasmano la nostra stessa esistenza.
La pittura dell’artista è quindi anzitutto un dialogo con se stesso, con le differenti sfaccettature psicologiche, emotive e caratteriali del proprio io. L’autore osserva gli sguardi, i differenti volti che accompagnano un emozione, raccogliendone le profondità emotive, scoprendo se stesso, si avvicina agli altri.
L’idea è quindi vicina ad una rappresentazione si personale, ma al tempo stesso capace di identificare, raccogliere e decifrare, tutto quel vorticoso labirinto di emozioni e sentimenti insiti e celati in ciascuno di noi.
L’interprete partendo dal proprio stesso volto ha saputo dare forma e sostanza ad impressioni differenti, identificandone l’aspetto prettamente visivo, per porre in essere un confronto diretto. Osservando infatti le mimiche dei volti raffigurati, Ravo suscita e produce un dialogo diretto con lo spettatore. Quest’ultimo si ritrova nelle smorfie, nelle tracce e nell’espressioni, nasce un empatia emozionale in grado di smuovere sentimenti e percezioni differenti, ora chiare, limpide e facilmente riconoscibili da ciascuno di noi.
È bene sottolineare come questa volontà tematica nelle pittura dell’interprete, non sia legata ad un approccio egocentrico. L’idea è quella di svuotare il proprio aspetto da vincoli celebrativi, quanto piuttosto lasciare che chi osserva, possa ritrovarsi e confrontarsi in modo diretto, con ciò che l’artista vuole rappresentare, con la natura delle proprie emozioni, per scavare e scoprire affondo se stessi ed il proprio subconscio in modo transitivo.

Il secondo aspetto peculiare della produzione pittorica dell’autore Italiano è quello maggiormente tecnico. Per rappresentare al meglio il personale spettro emozionale, c’è bisogno di una resa visiva quanto più fedele e vicina alla realtà. L’abilità pittorica dell’interprete risulta quindi fondamentale per tradurre in colori e forme, tutto il senso viscerale delle emozioni e percezioni differenti.
Ravo esercita quindi una pittura iperrealistica, lavorando nello spazio attraverso un approccio figurativo altamente veritiero.
Questa scelta è anzitutto figlia della volontà di mettere da parte il percorso come writer, assecondando la produzione in studio, e sviluppando conseguentemente una ricerca pittorica contraddistinta da un impulso introspettivo e personale. Il corpo dell’artista diviene principale ispirazione, viene osservato e scrutato attentamente in tutte le sue parti, che divengono quindi protagoniste indiscusse del proprio lavoro.
Come detto l’autore guarda in particolare al proprio volto, specchio di sentimenti ed emozioni, laddove la sua pittura diviene caratterizzata dall’utilizzo e la sovrapposizione di frame differenti. Situazioni ed espressioni intrecciate a vicenda in un unico disegno, capaci di trasudare sentimenti eterogenei.

Il lavoro in strada, in questi anni è stato interrotto, o comunque frammentato, in favore di un approfondimento in studio, capace di evidenziare la capacità ritrattiva e di disegno. Ravo si è impegnato in una serie di progetti personali, tra cui, senza alcun dubbio, spicca “Veri Nobili”.
Questo particolare progetto ha visto l’autore raffigurare quelle che sono le figure e le personalità di spicco della scena italiana. Artisti, amici ed addetti ai lavori, uno dopo l’altro, tutti sono finiti sotto la lente d’ingrandimento dell’interprete, con risultati assolutamente realistici e caratterizzati dalla presenza di un ‘ritratto nobiliare’ accompagnato da un elemento specifico (l’estetica pittorica, un logo ad esempio) capace di identificarne sia l’operato che il legame con la scena.
Il progetto oltre a rivelare l’elevata capacità di disegno di Ravo, ha permesso allo stesso di esercitare e portare avanti nel migliore dei modi il proprio approccio estetico, in una costante evoluzione stilistica che trova, in questo suo ritorno in strada, una nuova e potente identità.

Ravo nei giorni scorsi si è infatti spostato a Varese per prendere parte ai lavori dell’ottimo Urban Canvas Project.
Il progetto, realizzato in collaborazione tra il Comune di Varese e l’Associazione WG Art, sta vedendo a cadenza random, alcuni dei nomi di spicco della scena italiana ed internazionale confrontarsi con il paesaggio urbano della cittadina. L’idea è quella di porre in essere anzitutto una valorizzazione degli spazi cittadini, con particolare attenzione per specifiche zone della città, nonché la promozione di eventi, mostre, tavole rotonde e workshop. Elemento fondamentale per il progetto è il dialogo costante con l’ambiente circostante, laddove la stessa scelta degli spazi di lavoro, è spesso legata a vincoli paesaggistici, per una opportunità rara di dialogo con il territorio.

In questo particolare contesto Ravo sceglie un approccio tematico inedito capace da una parte di raccogliere l’elemento riflessivo delle proprie produzioni, elevandone la spinta introspettiva, dall’altra di sviluppare un sotto testo tematico particolarmente significativo.
Dal titolo “We will all be forgotten”, l’opera dipinta da Ravo è una perfetta riproduzione della “Cattura di Cristo” di Caravaggio. Non si tratta però di una semplice copia, quanto piuttosto di una riflessione a tutto tondo sull’esistenza umana, sullo scorrere del tempo, perfettamente attinenti con la particolare storia del dipinto.

Per capire bene l’intervento è quindi fondamentale approfondire la natura della sua ispirazione. Il dipinto fu infatti commissionato dalla Famiglia Mattei a Caravaggio nel 1603. Per chi vive od ha vissuto a Roma il nome Mattei suonerà certamente famigliare, si trattava infatti di una delle famiglie più ricche e potenti della capitale.
Questa famiglia tenne il quadro per 200 anni fino a quando, a seguito di seri problemi finanziari, fù costretta a vendere parte della propria collezione di opere, tra cui appunto questo dipinto. Nell’atto di vendere l’opera si scelse però di attribuirlo a Gerard Van Honthorst, famoso pittore fiammingo, poiché al tempo le opere di Caravaggio non avevano praticamente più mercato. Il quadro venne quindi acquistato da un collezionista Scozzese tale William Hemilton Nisbet che, successivamente, scelse di venderlo all’asta.
La Cattura di Cristo venne quindi acquistato nel 1921 dal gallerista Joseph Kent Richardson, passando successivamente a Mary Whilson ,vedova dell’Irlandese Persivall Lee Whilson, comandante di Polizia assassinato dall’IRA. La donna pone l’opera all’interno della cappella del marito a Dublino, per poi donare la stessa a padre gesuita Jhonn Finley.
Nel 1990 i monaci del convento gesuita decidono di restaurare l’opera, affidando il compito a Carlo Benedetti, restauratore della National Gallery of Ireland che, dopo una attenta indagine, scopre la storia e la verità sul quadro. Nel 1993 il quadro viene presentato ufficialmente alla stampa.

Questa particolare vicenda, che potete approfondire in questo documentario, ispira Ravo nella realizzazione dell’opera. L’autore pone all’interno dell’intervento una scritta, che fa da titolo all’opera stessa, e che viene lasciata volutamente (quasi) impercettibile. Si tratta di un bordeaux scuro su nero, atto a rimarcare il senso ed il significato dell’intervento stesso.
Per Ravo nel tempo e nell’esistenza umano c’è una intrinseca verità, tutti verremo dimenticati. È una sorta di certezza assoluta che opera a livello macro e micro cosmologico. Si lega al tempo ed al suo lento ed inesorabile scorrere. Il sole avrà una fine, l’universo stesso, in fase di espansione e raffreddamento, è destinato ad un termine.
In senso più personale ed introspettivo, l’esistenza finita e piegata ai capricci del tempo, rappresenta per l’autore una sorta di rassicurazione. Ogni sforzo, ogni dolore, ogni perdita, ogni accadimento che coinvolge la nostra esistenza e la nostra vita, nonché tutto ciò che facciamo creiamo e distruggiamo, ogni lascito dell’essere umano, avrà comunque un inizio ed una fine certa.
Per l’autore tutto ciò, piuttosto che spaventare, piuttosto che causare un senso di pericolosa impotenza, rappresenta il romanticismo stesso della vita. L’interprete nella sua riflessione, mette da parte l’ego, l’elevarsi a tutti i costi rispetto ed a discapito degli altri essere umani. Abbraccia piuttosto un senso di pace interiore con ciò che lo circonda, con la vita stessa, in una piena coscienza della propria esistenza, breve, determinata e scandita dal passare dei minuti, delle ore e dei giorni, in completa armonia con il tutto e con il nulla che ci attende.

Thanks to The Artist for The Pics

Ravo for Urban Canvas in Varese

Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi, così riporta la sempre affidabile Wikipedia. Il tempo è l’unica misura che scorre in avanti e, almeno di non arrivare a mirabolanti scoperte, non è controllabile, e rappresenta una delle influenze maggiori nella vita di ciascuno di noi. È un influenza costante quindi, che esercita tutto il suo fascino, specialmente in questo particolare contesto storico, scandito dalla velocità, dalle informazioni rapide e da ritmi sempre più frenetici.
L’essere umano ha sempre avuto un rapporto controverso con lo scorrere del tempo, spauracchio costante all’interno di una vita terrena. Il tempo agisce senza alcuna influenza, continuando la sua corsa, acchiappando vite, dimenticandone altre, lasciando all’essere umano un senso di impotenza di fronte alla ineluttabilità di una vita che di fronte ad esso scorre silente, senza tregua. Cancella memorie passate e presenti, lasciandoci interdetti di fronte ad una esistenza che di fatto passa inosservata, risulta vacua nell’impossibilità in cui ciascuno di noi possa lasciare il suo marchio nella memoria collettiva.

L’uomo ha quindi da sempre cercato di scolpire nel tempo il proprio nome, per far si che la propria stessa esistenza non passi inosservata, cancellata e dimenticata. Attraverso imprese ad esempio, oppure impiegando i propri peculiari talenti nella realizzazione di un qualcosa che potesse rimanere, fermo, immobile ed immacolato, nonostante il lento ed inesorabile scorrere degli anni.

Il lavoro di Ravo si è sempre mosso attraverso due differenti peculiarità. La prima è senza dubbio legata alla volontà dell’autore Italiano di approfondire se stesso.
Nella crescita di ciascuno di noi arriva il momento di un confronto con la nostra natura. In particolare con tutto lo spettro emotivo, psicologico e percettivo che, attraverso le differenti esperienze di vita, forgiano e plasmano la nostra stessa esistenza.
La pittura dell’artista è quindi anzitutto un dialogo con se stesso, con le differenti sfaccettature psicologiche, emotive e caratteriali del proprio io. L’autore osserva gli sguardi, i differenti volti che accompagnano un emozione, raccogliendone le profondità emotive, scoprendo se stesso, si avvicina agli altri.
L’idea è quindi vicina ad una rappresentazione si personale, ma al tempo stesso capace di identificare, raccogliere e decifrare, tutto quel vorticoso labirinto di emozioni e sentimenti insiti e celati in ciascuno di noi.
L’interprete partendo dal proprio stesso volto ha saputo dare forma e sostanza ad impressioni differenti, identificandone l’aspetto prettamente visivo, per porre in essere un confronto diretto. Osservando infatti le mimiche dei volti raffigurati, Ravo suscita e produce un dialogo diretto con lo spettatore. Quest’ultimo si ritrova nelle smorfie, nelle tracce e nell’espressioni, nasce un empatia emozionale in grado di smuovere sentimenti e percezioni differenti, ora chiare, limpide e facilmente riconoscibili da ciascuno di noi.
È bene sottolineare come questa volontà tematica nelle pittura dell’interprete, non sia legata ad un approccio egocentrico. L’idea è quella di svuotare il proprio aspetto da vincoli celebrativi, quanto piuttosto lasciare che chi osserva, possa ritrovarsi e confrontarsi in modo diretto, con ciò che l’artista vuole rappresentare, con la natura delle proprie emozioni, per scavare e scoprire affondo se stessi ed il proprio subconscio in modo transitivo.

Il secondo aspetto peculiare della produzione pittorica dell’autore Italiano è quello maggiormente tecnico. Per rappresentare al meglio il personale spettro emozionale, c’è bisogno di una resa visiva quanto più fedele e vicina alla realtà. L’abilità pittorica dell’interprete risulta quindi fondamentale per tradurre in colori e forme, tutto il senso viscerale delle emozioni e percezioni differenti.
Ravo esercita quindi una pittura iperrealistica, lavorando nello spazio attraverso un approccio figurativo altamente veritiero.
Questa scelta è anzitutto figlia della volontà di mettere da parte il percorso come writer, assecondando la produzione in studio, e sviluppando conseguentemente una ricerca pittorica contraddistinta da un impulso introspettivo e personale. Il corpo dell’artista diviene principale ispirazione, viene osservato e scrutato attentamente in tutte le sue parti, che divengono quindi protagoniste indiscusse del proprio lavoro.
Come detto l’autore guarda in particolare al proprio volto, specchio di sentimenti ed emozioni, laddove la sua pittura diviene caratterizzata dall’utilizzo e la sovrapposizione di frame differenti. Situazioni ed espressioni intrecciate a vicenda in un unico disegno, capaci di trasudare sentimenti eterogenei.

Il lavoro in strada, in questi anni è stato interrotto, o comunque frammentato, in favore di un approfondimento in studio, capace di evidenziare la capacità ritrattiva e di disegno. Ravo si è impegnato in una serie di progetti personali, tra cui, senza alcun dubbio, spicca “Veri Nobili”.
Questo particolare progetto ha visto l’autore raffigurare quelle che sono le figure e le personalità di spicco della scena italiana. Artisti, amici ed addetti ai lavori, uno dopo l’altro, tutti sono finiti sotto la lente d’ingrandimento dell’interprete, con risultati assolutamente realistici e caratterizzati dalla presenza di un ‘ritratto nobiliare’ accompagnato da un elemento specifico (l’estetica pittorica, un logo ad esempio) capace di identificarne sia l’operato che il legame con la scena.
Il progetto oltre a rivelare l’elevata capacità di disegno di Ravo, ha permesso allo stesso di esercitare e portare avanti nel migliore dei modi il proprio approccio estetico, in una costante evoluzione stilistica che trova, in questo suo ritorno in strada, una nuova e potente identità.

Ravo nei giorni scorsi si è infatti spostato a Varese per prendere parte ai lavori dell’ottimo Urban Canvas Project.
Il progetto, realizzato in collaborazione tra il Comune di Varese e l’Associazione WG Art, sta vedendo a cadenza random, alcuni dei nomi di spicco della scena italiana ed internazionale confrontarsi con il paesaggio urbano della cittadina. L’idea è quella di porre in essere anzitutto una valorizzazione degli spazi cittadini, con particolare attenzione per specifiche zone della città, nonché la promozione di eventi, mostre, tavole rotonde e workshop. Elemento fondamentale per il progetto è il dialogo costante con l’ambiente circostante, laddove la stessa scelta degli spazi di lavoro, è spesso legata a vincoli paesaggistici, per una opportunità rara di dialogo con il territorio.

In questo particolare contesto Ravo sceglie un approccio tematico inedito capace da una parte di raccogliere l’elemento riflessivo delle proprie produzioni, elevandone la spinta introspettiva, dall’altra di sviluppare un sotto testo tematico particolarmente significativo.
Dal titolo “We will all be forgotten”, l’opera dipinta da Ravo è una perfetta riproduzione della “Cattura di Cristo” di Caravaggio. Non si tratta però di una semplice copia, quanto piuttosto di una riflessione a tutto tondo sull’esistenza umana, sullo scorrere del tempo, perfettamente attinenti con la particolare storia del dipinto.

Per capire bene l’intervento è quindi fondamentale approfondire la natura della sua ispirazione. Il dipinto fu infatti commissionato dalla Famiglia Mattei a Caravaggio nel 1603. Per chi vive od ha vissuto a Roma il nome Mattei suonerà certamente famigliare, si trattava infatti di una delle famiglie più ricche e potenti della capitale.
Questa famiglia tenne il quadro per 200 anni fino a quando, a seguito di seri problemi finanziari, fù costretta a vendere parte della propria collezione di opere, tra cui appunto questo dipinto. Nell’atto di vendere l’opera si scelse però di attribuirlo a Gerard Van Honthorst, famoso pittore fiammingo, poiché al tempo le opere di Caravaggio non avevano praticamente più mercato. Il quadro venne quindi acquistato da un collezionista Scozzese tale William Hemilton Nisbet che, successivamente, scelse di venderlo all’asta.
La Cattura di Cristo venne quindi acquistato nel 1921 dal gallerista Joseph Kent Richardson, passando successivamente a Mary Whilson ,vedova dell’Irlandese Persivall Lee Whilson, comandante di Polizia assassinato dall’IRA. La donna pone l’opera all’interno della cappella del marito a Dublino, per poi donare la stessa a padre gesuita Jhonn Finley.
Nel 1990 i monaci del convento gesuita decidono di restaurare l’opera, affidando il compito a Carlo Benedetti, restauratore della National Gallery of Ireland che, dopo una attenta indagine, scopre la storia e la verità sul quadro. Nel 1993 il quadro viene presentato ufficialmente alla stampa.

Questa particolare vicenda, che potete approfondire in questo documentario, ispira Ravo nella realizzazione dell’opera. L’autore pone all’interno dell’intervento una scritta, che fa da titolo all’opera stessa, e che viene lasciata volutamente (quasi) impercettibile. Si tratta di un bordeaux scuro su nero, atto a rimarcare il senso ed il significato dell’intervento stesso.
Per Ravo nel tempo e nell’esistenza umano c’è una intrinseca verità, tutti verremo dimenticati. È una sorta di certezza assoluta che opera a livello macro e micro cosmologico. Si lega al tempo ed al suo lento ed inesorabile scorrere. Il sole avrà una fine, l’universo stesso, in fase di espansione e raffreddamento, è destinato ad un termine.
In senso più personale ed introspettivo, l’esistenza finita e piegata ai capricci del tempo, rappresenta per l’autore una sorta di rassicurazione. Ogni sforzo, ogni dolore, ogni perdita, ogni accadimento che coinvolge la nostra esistenza e la nostra vita, nonché tutto ciò che facciamo creiamo e distruggiamo, ogni lascito dell’essere umano, avrà comunque un inizio ed una fine certa.
Per l’autore tutto ciò, piuttosto che spaventare, piuttosto che causare un senso di pericolosa impotenza, rappresenta il romanticismo stesso della vita. L’interprete nella sua riflessione, mette da parte l’ego, l’elevarsi a tutti i costi rispetto ed a discapito degli altri essere umani. Abbraccia piuttosto un senso di pace interiore con ciò che lo circonda, con la vita stessa, in una piena coscienza della propria esistenza, breve, determinata e scandita dal passare dei minuti, delle ore e dei giorni, in completa armonia con il tutto e con il nulla che ci attende.

Thanks to The Artist for The Pics