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GORGO

Pixel Pancho “Androidèi” at Galleria Varsi (Recap)

Se devo legare la mia infanzia televisiva ad un canale, non ci penso due volte. È stato Super3, emittente locale romana, ad aver impegnato, plasmato ed influenzato la mia immaginazione. Insomma se sono ciò che sono oggi, lo devo anche alle splendide serie animate che questo piccolo canale televisivo è stato in grado di regalarmi.
Ai più questo nome non dice nulla. Per chi come me è nato negli anni ’80 a Roma, l’appuntamento con certi cartoni animati, era praticamente d’obbligo. Tutto il meglio dell’animazione giapponese, spalmato all’interno di un palinsesto che sembrava infinito. Dal pomeriggio fino alla sera si susseguivano alcuni dei nomi di spicco dell’animazione orientale, serie che hanno verosimilmente influenzato i prodotti animati che vengono proposti oggi, sebbene il livello non sia lontanamente paragonabile.
Ricordo che tra tutte le innumerevoli serie, a spiccare erano quelle legate ai robot. Erano davvero tante e trasmettevano un fascino tutto particolare. Sebbene l’incipit era spesso comune, le trasformazioni, le armi, gli assembramenti, le meccaniche, le battaglie, riuscivano a catturare costantemente la mia attenzione e la mia immaginazione di bambino.
Si era ben lontani dalla maturità tematica e narrativa di un prodotto più moderni come Evangelion, ma queste prime serie, totalmente inedite sul territorio italiano, rappresentavano qualcosa di mai visto ed avrebbero influenzato me come tanti altri bambini tanto che, la successiva chiusura del canale, fu un piccolo colpo al cuore per tanti affezionati a questa emittente.

Lo scorso 19 Febbraio, i robot sono tornati a Roma e l’hanno fatto sotto le sembianze e le forti tematiche che contraddistinguono il lavoro di Pixel Pancho. Il grande artista Italiano ha presentato uno show vasto e vario, capace di raccogliere l’eredità del proprio immaginario, trasformando completamente gli spazi della Galleria Varsi. Un punto di approdo che trova le sue radici ed i suoi sviluppi non solo nella figura dei robot, ma che combina le riflessioni e gli ultimi sviluppi di un percorso in strada che ha saputo costantemente rinnovarsi e svilupparsi esteticamente.

Nelle differenti incarnazioni tematiche in cui l’artista italiano ha saputo sviluppare il proprio operato in strada, i robot hanno sempre rappresentato il protagonista assoluto. Un punto cardine sul quale evolvere la proprio estetica e sul quale sviluppare una propria e personale riflessione artistica.
Nell’immaginario collettivo, in special modo nei prodotti d’animazione giapponese, la figura della macchina è risultato dell’ingegno dell’essere umano. Prova inconfutabile della sua intelligenza, il robot, figlio dell’estro di uno scienziato, si ergeva come ideale analogia dell’uomo perfetto a difesa dello stesso. Il super-uomo, privo di difetti fisici, dotato di forza e guidato dai sentimenti più puri e giusti.
Osservando le produzioni di Pixel Pancho questo spirito di perfezione estetica, di ‘lieto fine’ disneyano, non è presente, viene anzi del tutto scansato per un approfondimento votato all’introspezione.
Intelligenza dell’autore è stata quella di non soffermarsi ad una semplice rappresentazione, una sintesi pittorica asettica e priva di sentimento, quanto piuttosto di cogliere, proprio attraverso la figura immaginaria della macchina, le differenti sfaccettature dell’essere umano. Un analisi indiretta, capace di sfruttare un immaginario collettivo, ribaltandone il senso, stuzzicando spunti e riflessioni personali.

Pixel Pancho tratta l’uomo, i suoi sentimenti e le sue fragilità in modo indiretto, come se la macchina ne abbia acquisito spirito e peculiarità, venendo investita e trasformata dalla grande mole di emozioni che caratterizzano tutti noi.
L’essere umano non è quindi presente come soggetto cardine, ma viene piuttosto suggerito, abbozzato e tratteggiato, nella forma e nell’aspetto dei characters dell’interprete. Indirettamente l’artista ci suggerisce stati d’animo, situazioni e tematiche differenti, riuscendo a calare e collocare lo spettatore e chi osserva, all’interno di questa narrativa.
I corpi stanchi dei robot, vengono posati e scagliati sulle pareti. La ruggine ne sottolinea la decadenza, mangiandone la ‘pelle’, il metallo freddo si rompe, creando varchi, corrompendosi al mondo esterno. La natura reclama il proprio spazio, scavando nelle viscere di queste imponenti creature, facendosi strada tra bulloni e strati di acciaio.
La macchina si avvicina ad una dimensione più umana e terrena, perdendo la sua dimensione di perfezione intrinseca. Di conseguenza attraverso essa viene mostrata implicitamente la decadenza dell’uomo moderno, i problemi e le fragilità che ne accompagnano la vita quotidiana.

Si tratta quindi di immagini incisive che, in senso più ampio, hanno per me rappresentato un analogia sulla parabola discendente dell’uomo. Ho sempre infatti avuto l’impressione che le opere non trattassero unicamente la fragilità ed un pessimistico tratteggio dell’essere umano ma che, proprio attraverso la figura ‘aulica’ del robot, a più ampio respiro, andassero a sottolineare anche il particolare contesto storico in cui viviamo.
Una società in rapida trasformazione capace di imporre una crescita accelerata, dove non sembra esserci più spazio per restare bambini. Dove bisogna crescere in fretta, dove l’immaginazione, la fantasia, gli eroi, così come i robot, non trovano più il loro seguito. Ed eccoli quindi apparire come dei caduti in disgrazia, dimenticati ed abbandonati al loro destino.

Il meccanismo innescato da Pixel Pancho funzione perfettamente. I robot, nell’immaginario collettivo sono fredde macchine, le cui azioni risultano essere il risultato di calcoli computerizzati. Inserendo in questi soggetti l’emozione umana, l’interprete riesce a creare un cortocircuito funzionale al proprio impianto tematico.
La macchina perde la sua caratteristica di perfezione intrinseca e, esattamente come l’uomo, viene soggiogata da sentimenti ed emozioni, restandone coinvolta. Si tratta di un acutezza estetica che pone chi osserva di fronte ad una sorta di specchio. Spiazzati osserviamo la nostra vera natura, restandone colpiti e scossi.
Al tempo stesso Pixel Pancho dona i suoi personaggi di un identità a metà tra perfezione ed imperfezione. Sono macchine nel loro cuore di metallo, nella pelle metallica, contemporaneamente sono esseri umani nella loro decadenza, nei sentimenti e nelle emozioni che percepiscono, sentono ed assecondano.

Pixel Pancho riflette sul senso della vita quindi. L’uomo è si robot, ma lo è in una parabola che lo vede ricercare l’immortalità, la trascendenza dal tempo. La carne diviene ferro, e come questo è destinata ad una decadenza, a scomparire, senza lasciare alcuna traccia di se.
Non è forse questa la paura più grande per tutti noi? Scomparire senza aver lasciato alcun segno del nostro passaggio. È un passaggio importante questo, sottolinea la profondità dei temi espressi dall’interprete.

La forte e sempre più rimarcata presenza naturale, funge infine da ideale collante tra la rappresentazione estetica dell’uomo, e la sua ricerca dell’immortalità.
La natura continua a intrecciarsi ai corpi, i volti ed alla forme delle macchine raffigurate dall’artista. Il lento intercedere della stessa tra le viscere dei robot, il suo inglobarne la ‘carne fredda’, il metallo che si piega, scoperchiato, al passaggio dei rampicanti, le foglie secche, completano l’immaginario decadente e rugginoso dell’autore. La natura scandisce il tempo, palesandosi come ciclo continuo di morte e rinascita, contrapponendosi all’esistenza determinata dell’uomo/macchina.

In “Androidèi”, questo il titolo dell’esibizione aperta dall’artista a Roma, Pixel Pancho raccoglie il suo immaginario immaginando i propri iconici characters prendere le sembianze di entità soprannaturali. Scandite nel tempo e dallo spazio naturale, queste figure con essi mutano, prendendo forme differenti, si evolvono in creature eterogenee, in relazione alle culture ed alle tradizioni che le producono.
L’autore torinese immagina i suoi personaggi come dèi caduti, dimenticati e persi nell’oblio. La natura, che ne accompagna e ne influenza l’aspetto, raggiunge qui l’apice della sua ragione d’essere, avviluppando lo spazio fisico della galleria romana, così come le opere che ne compongono l’allestimento.
In questo nuovo show Pixel Pancho accoglie lo spettatore all’interno del proprio universo narrativo, proiettandolo in una rappresentazione fantastica della realtà con un racconto che trascende dalla stessa e dal tempo.
La figura del robot diviene qui più che mai parabola del desiderio dell’uomo di immortalità, di utopistica perfezione. Nella sua intrinseca impossibilità di spingere oltre la propria esistenza, l’essere umano ha creato ed immaginato dèi e macchine. Razionalizzando l’inspiegabile attraverso i primi, proiettandosi verso l’impossibile con le seconde.
Gli Androidèi accolgono entrambi questi desideri, sfuggendo però al controllo, riflettendo su stessi tutte le paure, le fragilità, le speranze e la decadenza dell’essere umano.

Fino al 3 Aprile 2016

Galleria Varsi
Via S. Salvatore in Campo, 51
00186 Roma

Thanks to The Blind Eye Factory for the pics


Pixel Pancho “Androidèi” at Galleria Varsi (Recap)

Se devo legare la mia infanzia televisiva ad un canale, non ci penso due volte. È stato Super3, emittente locale romana, ad aver impegnato, plasmato ed influenzato la mia immaginazione. Insomma se sono ciò che sono oggi, lo devo anche alle splendide serie animate che questo piccolo canale televisivo è stato in grado di regalarmi.
Ai più questo nome non dice nulla. Per chi come me è nato negli anni ’80 a Roma, l’appuntamento con certi cartoni animati, era praticamente d’obbligo. Tutto il meglio dell’animazione giapponese, spalmato all’interno di un palinsesto che sembrava infinito. Dal pomeriggio fino alla sera si susseguivano alcuni dei nomi di spicco dell’animazione orientale, serie che hanno verosimilmente influenzato i prodotti animati che vengono proposti oggi, sebbene il livello non sia lontanamente paragonabile.
Ricordo che tra tutte le innumerevoli serie, a spiccare erano quelle legate ai robot. Erano davvero tante e trasmettevano un fascino tutto particolare. Sebbene l’incipit era spesso comune, le trasformazioni, le armi, gli assembramenti, le meccaniche, le battaglie, riuscivano a catturare costantemente la mia attenzione e la mia immaginazione di bambino.
Si era ben lontani dalla maturità tematica e narrativa di un prodotto più moderni come Evangelion, ma queste prime serie, totalmente inedite sul territorio italiano, rappresentavano qualcosa di mai visto ed avrebbero influenzato me come tanti altri bambini tanto che, la successiva chiusura del canale, fu un piccolo colpo al cuore per tanti affezionati a questa emittente.

Lo scorso 19 Febbraio, i robot sono tornati a Roma e l’hanno fatto sotto le sembianze e le forti tematiche che contraddistinguono il lavoro di Pixel Pancho. Il grande artista Italiano ha presentato uno show vasto e vario, capace di raccogliere l’eredità del proprio immaginario, trasformando completamente gli spazi della Galleria Varsi. Un punto di approdo che trova le sue radici ed i suoi sviluppi non solo nella figura dei robot, ma che combina le riflessioni e gli ultimi sviluppi di un percorso in strada che ha saputo costantemente rinnovarsi e svilupparsi esteticamente.

Nelle differenti incarnazioni tematiche in cui l’artista italiano ha saputo sviluppare il proprio operato in strada, i robot hanno sempre rappresentato il protagonista assoluto. Un punto cardine sul quale evolvere la proprio estetica e sul quale sviluppare una propria e personale riflessione artistica.
Nell’immaginario collettivo, in special modo nei prodotti d’animazione giapponese, la figura della macchina è risultato dell’ingegno dell’essere umano. Prova inconfutabile della sua intelligenza, il robot, figlio dell’estro di uno scienziato, si ergeva come ideale analogia dell’uomo perfetto a difesa dello stesso. Il super-uomo, privo di difetti fisici, dotato di forza e guidato dai sentimenti più puri e giusti.
Osservando le produzioni di Pixel Pancho questo spirito di perfezione estetica, di ‘lieto fine’ disneyano, non è presente, viene anzi del tutto scansato per un approfondimento votato all’introspezione.
Intelligenza dell’autore è stata quella di non soffermarsi ad una semplice rappresentazione, una sintesi pittorica asettica e priva di sentimento, quanto piuttosto di cogliere, proprio attraverso la figura immaginaria della macchina, le differenti sfaccettature dell’essere umano. Un analisi indiretta, capace di sfruttare un immaginario collettivo, ribaltandone il senso, stuzzicando spunti e riflessioni personali.

Pixel Pancho tratta l’uomo, i suoi sentimenti e le sue fragilità in modo indiretto, come se la macchina ne abbia acquisito spirito e peculiarità, venendo investita e trasformata dalla grande mole di emozioni che caratterizzano tutti noi.
L’essere umano non è quindi presente come soggetto cardine, ma viene piuttosto suggerito, abbozzato e tratteggiato, nella forma e nell’aspetto dei characters dell’interprete. Indirettamente l’artista ci suggerisce stati d’animo, situazioni e tematiche differenti, riuscendo a calare e collocare lo spettatore e chi osserva, all’interno di questa narrativa.
I corpi stanchi dei robot, vengono posati e scagliati sulle pareti. La ruggine ne sottolinea la decadenza, mangiandone la ‘pelle’, il metallo freddo si rompe, creando varchi, corrompendosi al mondo esterno. La natura reclama il proprio spazio, scavando nelle viscere di queste imponenti creature, facendosi strada tra bulloni e strati di acciaio.
La macchina si avvicina ad una dimensione più umana e terrena, perdendo la sua dimensione di perfezione intrinseca. Di conseguenza attraverso essa viene mostrata implicitamente la decadenza dell’uomo moderno, i problemi e le fragilità che ne accompagnano la vita quotidiana.

Si tratta quindi di immagini incisive che, in senso più ampio, hanno per me rappresentato un analogia sulla parabola discendente dell’uomo. Ho sempre infatti avuto l’impressione che le opere non trattassero unicamente la fragilità ed un pessimistico tratteggio dell’essere umano ma che, proprio attraverso la figura ‘aulica’ del robot, a più ampio respiro, andassero a sottolineare anche il particolare contesto storico in cui viviamo.
Una società in rapida trasformazione capace di imporre una crescita accelerata, dove non sembra esserci più spazio per restare bambini. Dove bisogna crescere in fretta, dove l’immaginazione, la fantasia, gli eroi, così come i robot, non trovano più il loro seguito. Ed eccoli quindi apparire come dei caduti in disgrazia, dimenticati ed abbandonati al loro destino.

Il meccanismo innescato da Pixel Pancho funzione perfettamente. I robot, nell’immaginario collettivo sono fredde macchine, le cui azioni risultano essere il risultato di calcoli computerizzati. Inserendo in questi soggetti l’emozione umana, l’interprete riesce a creare un cortocircuito funzionale al proprio impianto tematico.
La macchina perde la sua caratteristica di perfezione intrinseca e, esattamente come l’uomo, viene soggiogata da sentimenti ed emozioni, restandone coinvolta. Si tratta di un acutezza estetica che pone chi osserva di fronte ad una sorta di specchio. Spiazzati osserviamo la nostra vera natura, restandone colpiti e scossi.
Al tempo stesso Pixel Pancho dona i suoi personaggi di un identità a metà tra perfezione ed imperfezione. Sono macchine nel loro cuore di metallo, nella pelle metallica, contemporaneamente sono esseri umani nella loro decadenza, nei sentimenti e nelle emozioni che percepiscono, sentono ed assecondano.

Pixel Pancho riflette sul senso della vita quindi. L’uomo è si robot, ma lo è in una parabola che lo vede ricercare l’immortalità, la trascendenza dal tempo. La carne diviene ferro, e come questo è destinata ad una decadenza, a scomparire, senza lasciare alcuna traccia di se.
Non è forse questa la paura più grande per tutti noi? Scomparire senza aver lasciato alcun segno del nostro passaggio. È un passaggio importante questo, sottolinea la profondità dei temi espressi dall’interprete.

La forte e sempre più rimarcata presenza naturale, funge infine da ideale collante tra la rappresentazione estetica dell’uomo, e la sua ricerca dell’immortalità.
La natura continua a intrecciarsi ai corpi, i volti ed alla forme delle macchine raffigurate dall’artista. Il lento intercedere della stessa tra le viscere dei robot, il suo inglobarne la ‘carne fredda’, il metallo che si piega, scoperchiato, al passaggio dei rampicanti, le foglie secche, completano l’immaginario decadente e rugginoso dell’autore. La natura scandisce il tempo, palesandosi come ciclo continuo di morte e rinascita, contrapponendosi all’esistenza determinata dell’uomo/macchina.

In “Androidèi”, questo il titolo dell’esibizione aperta dall’artista a Roma, Pixel Pancho raccoglie il suo immaginario immaginando i propri iconici characters prendere le sembianze di entità soprannaturali. Scandite nel tempo e dallo spazio naturale, queste figure con essi mutano, prendendo forme differenti, si evolvono in creature eterogenee, in relazione alle culture ed alle tradizioni che le producono.
L’autore torinese immagina i suoi personaggi come dèi caduti, dimenticati e persi nell’oblio. La natura, che ne accompagna e ne influenza l’aspetto, raggiunge qui l’apice della sua ragione d’essere, avviluppando lo spazio fisico della galleria romana, così come le opere che ne compongono l’allestimento.
In questo nuovo show Pixel Pancho accoglie lo spettatore all’interno del proprio universo narrativo, proiettandolo in una rappresentazione fantastica della realtà con un racconto che trascende dalla stessa e dal tempo.
La figura del robot diviene qui più che mai parabola del desiderio dell’uomo di immortalità, di utopistica perfezione. Nella sua intrinseca impossibilità di spingere oltre la propria esistenza, l’essere umano ha creato ed immaginato dèi e macchine. Razionalizzando l’inspiegabile attraverso i primi, proiettandosi verso l’impossibile con le seconde.
Gli Androidèi accolgono entrambi questi desideri, sfuggendo però al controllo, riflettendo su stessi tutte le paure, le fragilità, le speranze e la decadenza dell’essere umano.

Fino al 3 Aprile 2016

Galleria Varsi
Via S. Salvatore in Campo, 51
00186 Roma

Thanks to The Blind Eye Factory for the pics