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Golden Dark Age: BR1 in mostra a Palazzo Brami

Nell’ambito di Fotografia Europea, festival culturale internazionale di Reggio Emilia dedicato alla fotografia contemporanea, BR1 ha presentato a Palazzo Brami un nuovo progetto espositivo che esplicita al meglio i temi della sua ricerca artistica.
Curata da Annalisa Pellino e aperta fino al prossimo 30 Giugno, la mostra è incentrata sul tema del confine, un tema caro all’artista che viene qui affrontato attraverso tre diversi percorsi concettuali legati tra loro.

In questa prima parte vediamo una serie di quattro fotografie, installate nel cortile di Palazzo Brami a Reggio Emilia, in cui l’identità delle donne ritratte è celata da una coperta isotermica solitamente utilizzata durante i soccorsi ai migranti in mare. Attraverso il contrasto tra il colore dorato della coperta isotermica, che evoca lo sfarzo e l’opulenza della società occidentale, e la desolazione di chi vi viene accolto, i ritratti invitato a riflettere sulla disgregazione dei valori democratici e liberali e sulle ambiguità della società globalizzata che crea nuovi livelli di esclusione sociale. In questo senso il velo assume un nuovo valore, diventando simbolo e protezione dell’intimità femminile che appare quanto mai minacciata da una società sempre più orientata allo spettacolo e all’apparire.
Per comprendere appieno la profondità del progetto Golden Dark Age, di seguito il testo integrale scritto da Annalisa Pellino.

Il velo produce una lacerazione profondamente inquietante nella nostra organizzazione del visibile non soltanto all’interno della fotografia, dell’immagine materiale, ma anche all’esterno, nel contesto dello spazio pubblico. (B. N. Aboudrar)

L’uso del velo nel mondo arabo è disciplinato da un sistema aniconico che stabilisce una netta separazione tra spazio pubblico e spazio privato. La radice della parola hijab – la tipologia più comune di velo – indica ciò che interdice qualcosa alla vista e, concepito come una cortina (1) che separa il mondo maschile da quello femminile, postula sì uno spazio di separazione, ma allo stesso tempo definisce un campo visivo che indica in absentia (2) ciò che non possiamo vedere.
Come ha fatto notare J. L. Nancy, anche nell’etimologia della parola ‘ritratto’ (dal latino trahere), troviamo il senso di ciò che viene negato, tirato fuori da una parte e richiamato alla mente dall’altra: l’immagine prende il posto del soggetto e ne ammette l’assenza, ma più di ogni altra cosa la rende possibile. Dov’è che il soggetto stesso ha la sua verità e la sua effettività? Si chiede il filosofo. E ancora: un ritratto non è anzitutto, e alla fine, un incontro?

In un classico gioco di sguardi tra spettatore e soggetto,le immagini di BR1 predicano un’esperienza del visivo di tipo dialogico (3) che si esercita anche da parte delle donne e non solo sulle donne. Nella possibilità di guardare senza esser viste, esse affermano la propria agency, producendo uno spazio di resistenza contro le regole di un regime di visibilità fallocentrico e misogino – ed esageratamente iconofilo nella cultura occidentale(4). Se da una parte il velo respinge lo sguardo maschile, dall’altra si fa immagine esso stesso e finisce letteralmente con il marcare la presenza femminile nello spazio pubblico, contravvenendo alla vulgata che lo vuole strumento di sottomissione anziché di autodeterminazione. Le donne che indossano volontariamente il velo lo usano infatti come simbolo di appartenenza religiosa o quantomeno culturale.
A ben guardare infatti, è proprio l’imposizione di un regime di visibilità basato sulla trasparenza – che nell’era del terrorismo-spettacolo si fa controllo e sorveglianza – che lo mette al centro di una dinamica di sottomissione.
Basti pensare a quanto il recente dibattito sull’uso del velo (il caso del burkini in Francia, per esempio) abbia assunto toni che riecheggiano le campagne di s-velamento coatto imposto nei territori soggetti a dominio coloniale tra XIX e XX secolo e sostenuto persino dalle sorelle femministe (5).
Ciò che emerge da questa antropologia dello sguardo esprime un aspetto specifico della ricerca sul concetto di confine, fisico e mentale, che l’artista conduce da vari anni, considerando il velo come una sineddoche, capace di sussumere simbolicamente la complessità culturale di un’intera area geografica – di cui l’occidente si è costruito un’immagine spuria, facendone una sorta di sè complementare (6) in cui trovare rincalzo e seduzione.

Oggetto sociale e performativo, semanticamente ambiguo e politicamente controverso, il velo interviene nell’orizzonte visivo funzionando dunque come dispositivo, in quanto disciplina il rapporto tra sapere e potere e il processo di soggettivazione che in esso si inscrive attraverso l’habitus. Nei ritratti di BR1 alcune donne ci osservano e lo fanno da uno spiraglio, come se stessero sbirciando da uno spioncino. I loro volti sono schermati da un drappo dorato. Mentre riconosciamo nella coperta isotermica(7) l’epitome del nostro tempo che quasi non necessita di commento, nessuna idea possibile di possesso ci viene offerta in quanto spettatori. Bastano pochi dettagli per comporre la messa in scena di una vestizione laica che, nell’interrogare lo stereotipo, lo rovescia. Il soggetto non è altro che ciò che emerge dalla piega o dall’incrinatura del dispositivo (8) ed è proprio questa feritoia che colpisce più di ogni altra cosa la nostra attenzione.
Chi è lei? Nessuno. Cosa sappiamo o siamo in grado di vedere? Niente. Nient’altro che il nostro esser visti e giudicati, perché è l’immagine che ci ri-guarda.

Palazzo Brami (Cortile)
Via Emilia S. Pietro, 21
42121 Reggio Emilia RE

note:
1 – Il velo funziona come la mashrabiyya, caratteristica grata usata nei paesi arabi, e in generale segue lo stesso principio aniconico proprio dell’architettura araba. Si veda B. N. Aboudrar, Il velo e il rischio delle immagini, in Come il velo è diventato musulmano, Milano, R. Cortina, 2015, pp. 149-194.

2 – J. L. Nancy, Il ritratto e il suo sguardo, Milano, R. Cortina, 2002. Si veda anche J. L. Nancy (a cura di), L’altro ritratto, catalogo della mostra MART di Rovereto, 2013-2014, Milano, Electa, 2013.

3 – Sulla natura deittica dello sguardo e sul suo valore come agente dialogico si veda Hans Belting, I canoni dello sguardo: storia della cultura visiva tra Oriente e Occidente, Torino, Bollati Boringhieri, 2010.

4 – Nei suoi studi sull’intima relazione tra modernità, modernismo e sessualità, Griselda Pollock ci ha insegnato a riconoscere lo spazio urbano fluido della flânerie moderna come un’area interdetta alle donne.
Si veda G. Pollock, Modernity and the Spaces of Femininity, in Vision and Difference: Feminism, Femininity and the Histories of Art, London and New York, Routledge, 1988, pp. 50-90.

5 – Il caso più noto è quello che ha avuto luogo durante la Guerra d’Indipendenza Algerina, testimoniato dagli scatti fatti da Marc Garanger alle donne berbere contro la loro volontà.

6 – E. W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Milano, Feltrinelli, 2017.

7 – Sviluppato per la prima volta dalla NASA, il materiale è costituito da un sottile foglio di plastica rivestito con un agente metallico, solitamente color oro o argento, che riflette fino al 97% del calore irradiato.
Per questo motivo la coperta isotermica è utilizzata anche per ridurre la perdita di calore corporeo di una persona. Fonte Wikipedia.

8 – F. Carmagnola, Dispositivo. Da Foucault al gadget, Milano-Udine, Mimesis, 2015, p. 38.

Golden Dark Age: BR1 in mostra a Palazzo Brami

Nell’ambito di Fotografia Europea, festival culturale internazionale di Reggio Emilia dedicato alla fotografia contemporanea, BR1 ha presentato a Palazzo Brami un nuovo progetto espositivo che esplicita al meglio i temi della sua ricerca artistica.
Curata da Annalisa Pellino e aperta fino al prossimo 30 Giugno, la mostra è incentrata sul tema del confine, un tema caro all’artista che viene qui affrontato attraverso tre diversi percorsi concettuali legati tra loro.

In questa prima parte vediamo una serie di quattro fotografie, installate nel cortile di Palazzo Brami a Reggio Emilia, in cui l’identità delle donne ritratte è celata da una coperta isotermica solitamente utilizzata durante i soccorsi ai migranti in mare. Attraverso il contrasto tra il colore dorato della coperta isotermica, che evoca lo sfarzo e l’opulenza della società occidentale, e la desolazione di chi vi viene accolto, i ritratti invitato a riflettere sulla disgregazione dei valori democratici e liberali e sulle ambiguità della società globalizzata che crea nuovi livelli di esclusione sociale. In questo senso il velo assume un nuovo valore, diventando simbolo e protezione dell’intimità femminile che appare quanto mai minacciata da una società sempre più orientata allo spettacolo e all’apparire.
Per comprendere appieno la profondità del progetto Golden Dark Age, di seguito il testo integrale scritto da Annalisa Pellino.

Il velo produce una lacerazione profondamente inquietante nella nostra organizzazione del visibile non soltanto all’interno della fotografia, dell’immagine materiale, ma anche all’esterno, nel contesto dello spazio pubblico. (B. N. Aboudrar)

L’uso del velo nel mondo arabo è disciplinato da un sistema aniconico che stabilisce una netta separazione tra spazio pubblico e spazio privato. La radice della parola hijab – la tipologia più comune di velo – indica ciò che interdice qualcosa alla vista e, concepito come una cortina (1) che separa il mondo maschile da quello femminile, postula sì uno spazio di separazione, ma allo stesso tempo definisce un campo visivo che indica in absentia (2) ciò che non possiamo vedere.
Come ha fatto notare J. L. Nancy, anche nell’etimologia della parola ‘ritratto’ (dal latino trahere), troviamo il senso di ciò che viene negato, tirato fuori da una parte e richiamato alla mente dall’altra: l’immagine prende il posto del soggetto e ne ammette l’assenza, ma più di ogni altra cosa la rende possibile. Dov’è che il soggetto stesso ha la sua verità e la sua effettività? Si chiede il filosofo. E ancora: un ritratto non è anzitutto, e alla fine, un incontro?

In un classico gioco di sguardi tra spettatore e soggetto,le immagini di BR1 predicano un’esperienza del visivo di tipo dialogico (3) che si esercita anche da parte delle donne e non solo sulle donne. Nella possibilità di guardare senza esser viste, esse affermano la propria agency, producendo uno spazio di resistenza contro le regole di un regime di visibilità fallocentrico e misogino – ed esageratamente iconofilo nella cultura occidentale(4). Se da una parte il velo respinge lo sguardo maschile, dall’altra si fa immagine esso stesso e finisce letteralmente con il marcare la presenza femminile nello spazio pubblico, contravvenendo alla vulgata che lo vuole strumento di sottomissione anziché di autodeterminazione. Le donne che indossano volontariamente il velo lo usano infatti come simbolo di appartenenza religiosa o quantomeno culturale.
A ben guardare infatti, è proprio l’imposizione di un regime di visibilità basato sulla trasparenza – che nell’era del terrorismo-spettacolo si fa controllo e sorveglianza – che lo mette al centro di una dinamica di sottomissione.
Basti pensare a quanto il recente dibattito sull’uso del velo (il caso del burkini in Francia, per esempio) abbia assunto toni che riecheggiano le campagne di s-velamento coatto imposto nei territori soggetti a dominio coloniale tra XIX e XX secolo e sostenuto persino dalle sorelle femministe (5).
Ciò che emerge da questa antropologia dello sguardo esprime un aspetto specifico della ricerca sul concetto di confine, fisico e mentale, che l’artista conduce da vari anni, considerando il velo come una sineddoche, capace di sussumere simbolicamente la complessità culturale di un’intera area geografica – di cui l’occidente si è costruito un’immagine spuria, facendone una sorta di sè complementare (6) in cui trovare rincalzo e seduzione.

Oggetto sociale e performativo, semanticamente ambiguo e politicamente controverso, il velo interviene nell’orizzonte visivo funzionando dunque come dispositivo, in quanto disciplina il rapporto tra sapere e potere e il processo di soggettivazione che in esso si inscrive attraverso l’habitus. Nei ritratti di BR1 alcune donne ci osservano e lo fanno da uno spiraglio, come se stessero sbirciando da uno spioncino. I loro volti sono schermati da un drappo dorato. Mentre riconosciamo nella coperta isotermica(7) l’epitome del nostro tempo che quasi non necessita di commento, nessuna idea possibile di possesso ci viene offerta in quanto spettatori. Bastano pochi dettagli per comporre la messa in scena di una vestizione laica che, nell’interrogare lo stereotipo, lo rovescia. Il soggetto non è altro che ciò che emerge dalla piega o dall’incrinatura del dispositivo (8) ed è proprio questa feritoia che colpisce più di ogni altra cosa la nostra attenzione.
Chi è lei? Nessuno. Cosa sappiamo o siamo in grado di vedere? Niente. Nient’altro che il nostro esser visti e giudicati, perché è l’immagine che ci ri-guarda.

Palazzo Brami (Cortile)
Via Emilia S. Pietro, 21
42121 Reggio Emilia RE

note:
1 – Il velo funziona come la mashrabiyya, caratteristica grata usata nei paesi arabi, e in generale segue lo stesso principio aniconico proprio dell’architettura araba. Si veda B. N. Aboudrar, Il velo e il rischio delle immagini, in Come il velo è diventato musulmano, Milano, R. Cortina, 2015, pp. 149-194.

2 – J. L. Nancy, Il ritratto e il suo sguardo, Milano, R. Cortina, 2002. Si veda anche J. L. Nancy (a cura di), L’altro ritratto, catalogo della mostra MART di Rovereto, 2013-2014, Milano, Electa, 2013.

3 – Sulla natura deittica dello sguardo e sul suo valore come agente dialogico si veda Hans Belting, I canoni dello sguardo: storia della cultura visiva tra Oriente e Occidente, Torino, Bollati Boringhieri, 2010.

4 – Nei suoi studi sull’intima relazione tra modernità, modernismo e sessualità, Griselda Pollock ci ha insegnato a riconoscere lo spazio urbano fluido della flânerie moderna come un’area interdetta alle donne.
Si veda G. Pollock, Modernity and the Spaces of Femininity, in Vision and Difference: Feminism, Femininity and the Histories of Art, London and New York, Routledge, 1988, pp. 50-90.

5 – Il caso più noto è quello che ha avuto luogo durante la Guerra d’Indipendenza Algerina, testimoniato dagli scatti fatti da Marc Garanger alle donne berbere contro la loro volontà.

6 – E. W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Milano, Feltrinelli, 2017.

7 – Sviluppato per la prima volta dalla NASA, il materiale è costituito da un sottile foglio di plastica rivestito con un agente metallico, solitamente color oro o argento, che riflette fino al 97% del calore irradiato.
Per questo motivo la coperta isotermica è utilizzata anche per ridurre la perdita di calore corporeo di una persona. Fonte Wikipedia.

8 – F. Carmagnola, Dispositivo. Da Foucault al gadget, Milano-Udine, Mimesis, 2015, p. 38.