Giorgio Bartocci for ALTrove Festival 2016

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A Catanzaro esiste un Altrove, non si tratta di un luogo prettamente fisico, o meglio ha iniziato a delinearsi, a prendere una forma tangibile, ma passa anzitutto per un concetto astratto. L’idea di un Altrove nasce come leva concettuale per offrire alla città un zona bianca, uno spiraglio di luce in grado di sovvertirne la monotonia cromatica e mentale.
È vero a Catanzaro si è sviluppato l’altrove, un non-luogo in grado di sfuggire ad un vita complessa, difficile, costantemente avviluppata tra problemi sociali ed economici. Si è sviluppato come risposta diretta ed efficace al grigio dei palazzi, alla rovina e decadenza degli spazi abbandonati al loro destino. Ma soprattutto è la risposta non comune, allo spegnersi, al non fare, al lasciarsi abbandonare ed adagiarsi, alle difficili situazioni che la vita pone di fronte.
È una risposta che ha le sembianze di colori, toni su toni, estetiche differenti che permeano ora questi luoghi, scandendo nuove realtà percettive, nuove sensazioni e stimoli, procurando una scintilla. L’altrove è quindi un concetto astratto, capace di porre in essere un cambiamento, una volontà e soprattutto una possibilità differente. Diviene aria per un respiro nuovo con idee, speranze e spunti nuovi, che assumono forma di linee, figure ed elementi differenti, cambiando l’aspetto di palazzi e zone difficili, offrendo un nuovo piglio, qualcosa di differente, sobbarcandosi e spingendo l’idea di cambiamento. È tangibile.

L’ALTrove va ben oltre il concetto di festival. È un idea specifica, un legame sintomatico con il paesaggio circostante, con le storie, i respiri, le perplessità di questi luoghi. C’è un dialogo costante con la città e con chi vive il difficile quotidiano di queste zone. C’è un cambiamento attivo, non strumentale, che riporta il senso pittorico verso la specificità del luogo di lavoro, del suo senso sociale. È una voce corale, una risposta da parte di chi crede in qualcosa di differente, che non si accontenta di una realtà come questa e che anzi si adopera per sovvertirne le regole e le restrizioni, producendo un riverbero in grado di investire e mutare profondamente non solo gli spazi, ma anche le percezioni dello spirito.
La misura del festival è questa, è mutabile come la percezione soggettiva delle opere proposte in questi anni. Acquista un senso di liquidità che investe e si plasma attraverso le skyline dei palazzi, le corti dei quartieri, che si intreccia con le voci e le storie di vita, espandendosi e dilatandosi, raccogliendo e trasformandosi al tempo stesso.

L’inizio della nuova edizione della rassegna coincide con l’apertura di un nuovo spazio. Un punto di riferimento che diviene nuova possibilità per continuare l’indagine sul movimento d’avanguardia del muralismo Italiano. L’altrove trova posto in un nuovo percorso indoor, Altrove Gallery è lo spazio chiuso, maggiormente personale ed introspettivo, che prosegue quanto prodotto e sviluppato dal festival. È una nuova possibilità per approfondire, produrre un contatto diretto tra gli artisti chiamati e la città nella sua interezza.

Giorgio Bartocci è il primo autore a confrontarsi sia con lo spazio pubblico che con quello chiuso, producendo nella sua residenza d’artista, due percorsi interconnessi tra loro. Un opera murale ed uno show, ambedue profondamente legati alla ricerca estetica di Giorgio Bartocci, ed al tempo stesso profondamente influenzati dagli stimoli e dagli incipit che la città e la rassegnano riescono ad offrire.
Nel suo guardare altrove Giorgio Bartocci plasma l’idea di Miniera, un universo liquido attraverso il quale riflettere sulla modernità e sull’individuo. Dividendone la presenza in due distinti percorsi, il primo in strada, il secondo in galleria.

Quando penso ad una emozione, uno stato d’animo cosciente o incosciente, sono portato a tracciarne l’aspetto attraverso un colore. Dare forma e sostanza agli aspetti più emotivi e viscerali del pensiero, agli impulsi che il nostro corpo ed il nostro cervello, non è semplice ed è inevitabilmente un ragionamento personale, capace di scostarsi da una logica generale e collettiva.
Nell’affrontare le produzioni di Giorgio Bartocci abbiamo sempre sottolineato il forte senso introspettivo della sua pittura. Capacità dell’autore è stata quella di tingere le proprie produzioni attraverso tutti quegli elementi intangibili, personali ed introspettivi che caratterizzano l’uomo. Si tratta di una raffigurazione dell’universo interiore che ciascuno di noi cela al proprio interno.
I pensieri, le emozioni, le fragilità, le angosce interiori, assumono l’aspetto di corpi cromatici, ombre e scaglie frastagliate che investono lo spazio, che si muovono all’interno dello stesso, intrecciandosi a vicenda e generando un tessuto disomogeneo. Sono emozioni che contraddistinguono l’essere umano, hanno l’aspetto di corpi antropomorfi, fluidi nella loro forma, in costante mutamento e movimento.
La sintesi proposta dall’interprete è quindi un meltin pot di sensazioni e stimoli eterogenei. È prima di tutto personale e successivamente comune a ciascuno di noi.
Bartocci non si affida ad approccio figurativo, guarda piuttosto alla forma, con una decostruzione e frammentazione della stessa, in grado di generare figure ed elementi astratti.
È un principio introspettivo che vuole scavare, approfondire e dare un senso estetico ad emozioni e stati d’animo. Attraverso la scelta dei colori, l’aspetto delle sue figure, l’artista delinea e trasmette sensazioni e percezioni differenti, compiendo la propria e personale sintesi, offrendo contemporaneamente a chi osserva l’opportunità per compierne una propria e soggettiva.

Il confronto con le pitture dell’interprete Italiano passa inevitabilmente per una introspezione personale. L’eredità degli elementi proposti, che risultano instabili, veloci e costantemente ‘bagnati’ da una intensa tensione emotiva, è quella di un tracciato. C’è quindi in questo senso una connessione dall’essere umano alla società moderna.
L’artista attraverso il proprio operato riflette sull’individuo e sulle influenza del quotidiano sullo stesso. La vita di tutti i giorni, le esperienze, i ricordi, si intrecciano con aspetti più personali, con la sfera emozionale, le inquietudini, la velocità a cui siamo sottoposti, le fragilità, tutti impulsi che si trasferiscono attraverso forma e colore, all’interno delle sue pitture.

Da questi concetti e basi estetiche nasce “Sanguinis Effusione”. Non è una concessione, non è un inserirsi anonimo e asettico all’interno di un ambiente cittadino.
Come il titolo suggerisce, è un effusione con lo spazio urbano di Catanzaro. Giorgio Bartocci ne accarezza il corpo e l’essenza, il centro storico della città, attraverso una carezza prolungata che si manifesta sotto forma di colori e figure intrecciate. Un abbraccio prolungato che lascia traccia di sé.
Su questa grande facciata si muovono figure cromatiche differenti, i colori risultano i simbiosi con la superficie, dalla quale emergono, proiettandosi dal basso verso l’alto, stagnandosi nell’estremità dello spazio, lasciandosi contaminare a vicenda. È un nuovo intreccio liquido, che vuole rappresentare l’individualità emotiva e percettiva, sottolineando al tempo stesso la forza comunitaria di un idea comune, capace di unire ed intrecciare esperienze di vita, vissuti e sensazioni collettive.
Ancora una volta l’autore parte dal singolo per riflettere sull’universale, nella sua effusione prolungata, Giorgio Bartocci connette le singole vite ‘sotterranee’, dona loro una nuova luce, uno spiraglio, un nuovo altrove dove convogliare le proprie fragilità, le proprie vite interrotte, un istante di coraggio, colore e felicità, da cogliere e far proprio.
La pittura si pone quindi come una vibrazione che omaggia la città, la sua rinnovata volontà di sperimentare, ed al tempo stesso preservare ed incentivare il contemporaneo all’interno di luoghi storici.

Se l’effusione sanguigna con lo spazio della città rappresenta l’atto pratico, il punto di partenza per percorre un personale viaggio di introspezione, la promessa dell’interprete, trasferita all’interno di uno spazio chiuso, diviene opportunità per una riflessione ancora più approfondita.
Giorgio Bartocci guarda alla metafora della Miniera come universo parallelo. L’altrove, definitivo, completo e finale dell’interprete è questo. Si sviluppa come personale ritratto della modernità, del singolo individuo come limite intrinseco e cuore stesso della forza comunitaria.
“Miniera” è anche il titolo dello show che l’autore si appresta ad aprire il prossimo 26 di Marzo, è un proseguo del dialogo che apre le porte di un luogo immaginario. Si tratta di una nuova immersione nella forma e nella materia, e lo specchio del movimento costante, della frenesia del quotidiano, della società sempre più dominata e piagata dall’istante. È al tempo stesso una opposizione chiara e diretta all’idea di spazio pubblico passivo, incivile, svuotato del proprio significato, una risposta a tutte quelle azioni che annientano e leniscono l’interazione tra pittura e sentimento interiore.
L’operato di Giorgio Bartocci rappresenta il propagarsi di un dialogo approfondito, al tempo stesso è l’ideale ponte tra Realtà ed Altrove, mezzo per evacuare dal grigio della prima, abbracciando se stessi, il valore delle proprie emozioni personali, trovando nella collettività, nella città e nella sua comunità, l’opportunità per approdare in un luogo magico, mistico e fino ad ora inesplorato, dove tutti gli uomini sono accomunati dalle danze gestuali e vorticose dei colori, delle forme e delle figure introspettive dell’autore.

Altrove Gallery
Corso G.Mazzini, 178
88100 Catanzaro

Thanks to The Festival for The Pics
Pics by Angelo Jaroszuk Bogasz

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