fbpx
GORGO

FestiWall: Riallacciare il rapporto tra comunità e spazio pubblico

Quando si parla di festival d’arte pubblica credo sia importante analizzare l’impatto che questi hanno e stanno avendo sul tessuto sociale e urbano delle città. Assodato che non sempre si assiste a progettualità capaci di dialogare e di interrogarsi sulle specificità e fragilità di un determinato spazio pubblico, FestiWall in questo ha saputo distinguersi.
La nascita della rassegna di Ragusa è da ricollegarsi all’esperienza avviata dalla Farm Cultural Park di Favara, un gioiello culturale pensato per recuperare il centro storico di Favara, a cui va il grande merito di aver tracciato una strada intrapresa poi da diverse realtà sparse per la Sicilia e per l’intero meridione. FestiWall ha saputo fare proprie le possibilità e lo spirito di sperimentazioni di questo tipo proponendo però una formula propria e maggiormente legata all’arte urbana.
In cinque edizioni il festival curato da Vincenzo Cascone, e per i primi quattro anni anche Antonio Sortino, ha infatti tracciato uno spaccato di quelle che sono le criticità della città, unendo aspetti critici, urbanistici e prospettive diverse per sviluppare un discorso attorno ad essa. Le storie e le bellezze degli oltre 30 interventi prodotti in questi cinque anni di FestiWall sono il lascito di uno dei più importanti progetti d’arte urbana presenti su tutto il nostro territorio e non solo.

La prima edizione, datata 2015, parte con il semplice assioma 5 artisti per 5 muri. Le opere vengono concentrate tutte in un’unica zona, una scelta di natura logistica ma che ben presto diviene paradigma stesso del progetto.
Ogni area ha infatti le sue caratteristiche e una sua storia che la rendono differente dalle altre. Proprio in virtù delle differenze e delle peculiarità dei diversi quartieri che FestiWall decide di sviluppare il progetto come un indagine vera e propria. L’idea è quella di ripercorrere all’indietro quello che è stato lo sviluppo urbanistico della città facendo salti atemporali e promuovendo una storicità senza soluzione di continuità. L’intento è quello di comprendere meglio Ragusa e far prendere coscienza della città ai suoi cittadini.
La rassegna si è quindi sviluppata in maniera diffusa, attraverso narrazioni implicite e capaci di insistere su luoghi diversi, dal centro alle periferie, adottando per ogni edizione un differente quartier generale con l’intento di spostare temporaneamente il cuore pulsante della città, attivando e scuotendo luoghi e cittadinanza intera.
La possibilità di interagire e di poter affrontare le urgenze di specifici quartieri rappresenta già da sola l’opportunità e il punto di partenza per poter riflettere su di essi. Nell’idea del festival queste zone smettono di essere abbandonate anche solo temporaneamente acquistando, attraverso la forza straniante delle opere realizzate, un nuovo valore collettivo e morale. Gli interventi una volta metabolizzati rappresentano infatti il punto di partenza per far si che lo spazio torni ad essere davvero pubblico.
Questa esigenza nasce dalla volontà di riavvicinare le persone alla propria città, contrastando attraverso l’arte pubblica tutte quelle logiche legate alla storia e all’espansione edilizia che nei secoli e negli anni hanno reciso il rapporto tra Ragusa e la sua comunità. La storia del capoluogo è infatti segnata dalla presenza di due centri, frutto del terremoto della Val di Noto che nel 1693 spazzò letteralmente via tutto. Bisogna partire da qui, da quasi tre secoli indietro nel tempo per comprendere al meglio le particolarità sociali e territoriali del progetto FestiWall.

Nella sua collocazione originaria Ragusa aveva due chiese maggiori: quella di San Giorgio e quella di San Giovanni. I rispettivi devoti erano divisi da un antica rivalità catalizzata dalle differenti e contrapposte classi sociali. I sangiorgiari erano di origine nobiliare mentre i sangiovannari rappresentavano la nascente borghesia.
Il terremoto fu il pretesto per questi ultimi per riscattarsi dalla soggezione dei nobili e conquistare una propria autonomia. Il risultato fu la costruzione di una nuova città sul pendio del Monte Patro, già sede prescelta per la costruzione della nuova chiesa di S. Giovanni. Di contro i parrocchiani di S. Giorgio decisero di ricostruire la città sulle rovine di quella distrutta, lì dove erano nati e vissuti, additando i sangiovannari come traditori e stranieri.
La rivalità tra Ragusa superiore e Ragusa inferiore o Ibla si protrasse nel tempo, causando diverse divisioni formali e successive riunificazioni, nonché una gara all’abbellimento estetico delle rispettive chiese maggiori. Nel 1926 Ragusa divenne provincia, i due comuni vennero finalmente e definitivamente riuniti sono un unico nome e come patrono della città fu scelto S. Giovanni Battista, S. Giorgio rimane ad oggi il patrono del quartiere inferiore.

A distanza di secoli le particolarità urbanistiche di Ragusa, le sue contrapposizioni sociali continuano a influenzare pesantemente la vita dei suoi cittadini. Nulla di nuovo, il territorio è stato violentato da una massiccia attività costruttiva attraverso una disordinata e disorganizzata espansione urbanistica verso sud e ovest che ha avuto diverse conseguenze di natura sociale ed economica.
La prima e più rilevante è che ci sono più case che abitanti, di queste il 42% risulta infatti sfitto, un dato questo che rende la città la prima in Italia per superfice immobiliare pro capite. A Ragusa insomma ci sono oltre 30.000 abitazioni in più rispetto a quelle necessarie alla popolazione di circa 75.000 abitanti. Non solo, la costruzione di veri e propri “quartieri dormitorio”, privi di servizi, attività commerciali e del tutto abbandonati a se stessi, rappresenta l’ennesimo esempio di una cattiva programmazione economica, politica ed urbanistica. Il risultato è uno squilibrio immobiliare e sociale, costruzioni abbandonate, la nascita di veri e propri ghetti con tutti i problemi che realtà del genere si portano dietro. Questo, unito alla costruzione di giganteschi poli commerciali, ha causato uno svuotamento della parte centrale e storica della città, attratta dagli affitti bassi delle periferie e disincentivata a rimanere nelle zone centrali vista la chiusura di attività commerciali e la conseguente perdita dei servizi, che ha avuto come effetto un rimodellamento del tessuto sociale cittadino.

FestiWall ha voluto quindi restituire un certo tipo di fruizione culturale alla sua dimensione pubblica e gratuita, unendo passato e presente con l’obbiettivo di creare nuovi elementi monumentali, nuovi simboli capaci di restituire un idea di identità e coesione, ma anche di far riflettere aprendo un dialogo con il tempo e con lo spazio. L’edizione del 2019 e le sue opere chiudono il cerchio e ben rappresentano lo spirito e gli stimoli che hanno accompagnato questo lungo viaggio.

M-City: Check Point (Copertina)
Zona industriale Ragusa
M-City è tra le piacevoli soprese di quest’ultima edizione. L’artista e architetto polacco ha lavorato all’interno di un vecchia fabbrica abbandonata unendo in modo perfetto il suo immaginario con gli elementi e le strutture architettoniche del luogo. L’intervento è interamente realizzato attraverso la tecnica dello stenci e fa parte della serie di opere dedicate ai titani. Questi nell’idea dell’autore, oltre ad essere i protagonisti semi-umani di un mondo in decadenza alle periferie dell’impero, rappresentano in modo perfetto i temi le fragilità dell’epoca moderna.
«Nella desolazione di terre lontanissime, una carrozza procede alla verifica delle fortificazioni, sotto l’occhio attento del padrone. Alcuni schiavi trainano la carrozza, altri riparano le gabbie, con il loro lavoro cambiano la realtà, vivendo nascosti dietro i muri corrotti dal tempo, in cerca di energia fra i residui meccanici della civiltà. Il semplice occhio umano non può cogliere la brama onnivora delle multinazionali, può, al massimo, farne parte come consumatore finale. Questa è la condizione dei nostri tempi.” – M-City

Franco Fasoli JAZ: San Giorgio y el terremoto
Via Generale La Rosa
L’opera murale di JAZ è quella maggiormente ispirata alla storia di Ragusa, del suo terremoto e di tutto quello che ha significato per questa città. In particolare l’intervento focalizza la sua attenzione sulla diatriba legata ai santi patroni di Ragusa e sulla rivalità tra la parte antica, devota a San Giorgio e quella moderna devota a San Giovanni.
«Ho pensato fosse interessante collocare un San Giorgio nell’ingresso principale della moderna Ragusa, con alcuni dettagli interni che rimandano alla competizione delle due opposte fazioni. La reazione della gente in prima battuta è stata di sconcerto, ma col passare del tempo sono iniziati ad affiorare sentimenti di nostalgia e conciliazione fra gli antichi e i moderni simboli di Ragusa.» – Franco Fasoli JAZ

Elian: Traiettorie e forme
SkatePark via Napoleone Colaianni (Headquarter 2019)
Lo skate park dipinto da Elian è stato anche il centro gravitazionale dell’ultima edizione di FestiWall. L’artista Argentino ha scelto di romperne le geometrie attraverso un lavoro di decostruzione e costruzione dello spazio. Ispirato dal movimento degli skaters, dalle loro evoluzioni ed incroci capaci di generare linee differenti rispetto al luogo in cui si esercitano, Elian ne ha quindi riplasmato lo spazio trasformando ostacoli e rampe in sculture visive attraverso l’utilizzo della consueta scala di colori e del tipico immaginario astratto. L’intento finale è stato quindi quello di creare una sorta di contrasto tra ciò che esiste e ciò che viene percepito , tra il cemento e l’opera finale. D’altronde, il conflitto, è un elemento essenziale dell’arte.
«Il mio primo obiettivo non è dipingere, ma creare un dialogo con l’ambiente che mi circonda, attraverso ciò che percepisco guardando, attraversando, vivendo lo spazio. È un dialogo basato sulle sensazioni, che cambiano a seconda del luogo in cui mi trovo e lavoro, creando di volta in volta nuovo significato. In ogni città, infatti, al di là dei messaggi che ci trasmettono le istituzioni, i poteri sociali ed economici, c’è sempre una riserva di espressione sfuggente, un campo di significazione artistica e politica che vuole e può essere liberata e democratizzata, offerta a tutta la comunità.
Io cerco semplicemente di ascoltare e interpretare questa riserva, provando a farla emergere attraverso un linguaggio non figurativo, perché credo che l’astrazione possa accedere a un livello di complessità molto più vasto, intrecciandosi con i contenuti urbani senza creare gerarchie tra arte e realtà.» – Elian

Ampparrito: About Reducing, Reusing and Comtemporary Muralism
Zona industriale Ragusa
«Quando il direttore artistico di FestiWall, Vincenzo Cascone, mi ha invitato a far parte dell’ultima edizione di Festiwall, mi ha proposto il luogo dove realizzare la mia opera, ubicato vicino alla zona industriale della città, davanti a un centro di riciclo rifiuti. Il contesto mi ha dato l’input per sviluppare l’idea. Oggi il termine riciclo è abbastanza noto e diffuso, perché fra le tre “R” del teorema ecologico (Riciclare, Ridurre, Riutilizzare) è il principio più allineato al nostro sistema economico, una specie di magia attraverso la quale i rifiuti vengono trasformati in prodotti e poi rivenduti mentre salviamo il pianeta e creiamo posti di lavoro. Le altre 2 “R”, invece, non sono così alla moda e redditizie. Ridurre e riutilizzare sono pratiche anti-sistema, perché implicano meno produzione e non danno né profitto né lavoro. Servono solo a salvare il pianeta. Così ho deciso di giocare con questi due concetti. Mi sono chiesto come affrontare il tema della riduzione dipingendo un murale che, di fatto, è l’opposto di una grandezza ridotta. Poi ho pensato che il muro fosse abbastanza potente da parlare da solo. Mi è sembrata una buona idea passare 3 giorni della mia vita insieme a 4 persone lavorando quotidianamente tra le 8 e le 10 ore, usando 120 litri di vernice e una gru per dipingere un righello di 10 cm su una parete di metri 30×7. Tutti questi sforzi, tutte queste risorse ed energie, per camminare a 50 metri di distanza dall’opera e riportare nuovamente alla sua grandezza naturale (10 cm) un righello dipinto su un prospetto di 30 metri. Un esercizio di riduzione basato sulla distanza, un artificio abbastanza comune, simile a quello usato in certe foto in cui i turisti sembrano toccare la cima della Torre Eiffel, sorreggere la torre di Pisa o afferrare il sole durante un bellissimo tramonto. È una creazione di riduzione. È come avere il mondo in mano. Affrontare il secondo concetto, quello di riuso, è stato invece un pò; più difficile. Avevo bisogno di qualcosa da riutilizzare, ma non ho trovato nulla, quindi ho deciso di riprodurre l’idea iniziale sull’altro lato dell’edificio: la stessa riduzione utilizzata due volte, dunque, 4 persone che lavorano 3 giorni 8-10 ore, con altri 120 litri di vernice e con la stessa gru, per dipingere di nuovo un righello di 10 cm su una parete di 30×7 metri, e poi camminare a 50 metri di distanza dall’opera per ridurre il righello a 10 cm».

Case Maclaim
Via Gela
L’artista tedesco Case Maclaim per l’opera dipinta a Ragusa ha scelto un approccio caratterizzato da una sostanziale evoluzione dall’estetica che da sempre ne accompagna il lavoro. Ben noto per la capacità di riprodurre in maniera iperrealistica mani e parti del corpo umano, per FestiWall Case sceglie di unire anzitutto tecniche diverse e soprattutto di concentrare la propria attenzione verso impostazione maggiormente poetica.
Il risultato finale è un immagine fortemente ispirata alla vita di tutti i giorni dove, partendo dalla foto di una ragazza intenta a pulire un vetro, ha lavorato di finezza sui dettagli e sul riflesso del volto in maniera impeccabile. L’idea è quella di suggerire una visione alternativa della realtà in un luogo come il capoluogo siciliano dove le difficoltà sociali, politiche ed economiche rappresentano alcuni dei temi più caldi.

Roberto Ciredz: Calcare tenero
Zona industriale Ragusa
«Il mio intervento sul prospetto di un cementificio è stato fortemente influenzato dal paesaggio che circonda Ragusa. Il primo giorno in città, il direttore artistico di FestiWall, Vincenzo Cascone, mi ha accompagnato al muro passando per una strada secondaria che costeggia la zona industriale dove la presenza di cave e pareti scoscese, costituite da terre di tonalità molto chiara, hanno catturato la mia attenzione. Il colore chiaro è dovuto alla presenza del calcare tenero che si sposa perfettamente con le forme sinuose delle colline, accentuate dal blu del cielo in contrasto. Il sole forte, che colpisce i costoni delle cave, crea delle gradazioni di marrone che vanno dal chiaro allo scuro, indirizzando l’occhio a un approccio meditativo.
Un altro grande suggerimento l’ho avuto imbattendomi in una fotografia appesa nella casa dove abbiamo soggiornato durante il festival, una foto delle cave realizzata da Marcello Bocchieri, che ritrae Ragusa all’interno del sistema di cave: si percepiva benissimo come la continuità dell’altopiano viene spezzata da un vuoto, una frattura che forma una valle, creando a sua volta un gioco di chiari e scuri con un potenziale grafico fortissimo.
Per questo, l’intenzione del mio lavoro è stata di ammorbidire l’impatto imponente e rigido del prefabbricato rettangolare del cementificio, ricoprendola con una variazione di forme e colori riconducibili all’orografia del paesaggio circostante e a una gamma cromatica che ne potesse esprimere la ricca irregolarità.»

Photo credit: FestiWall

FestiWall: Riallacciare il rapporto tra comunità e spazio pubblico

Quando si parla di festival d’arte pubblica credo sia importante analizzare l’impatto che questi hanno e stanno avendo sul tessuto sociale e urbano delle città. Assodato che non sempre si assiste a progettualità capaci di dialogare e di interrogarsi sulle specificità e fragilità di un determinato spazio pubblico, FestiWall in questo ha saputo distinguersi.
La nascita della rassegna di Ragusa è da ricollegarsi all’esperienza avviata dalla Farm Cultural Park di Favara, un gioiello culturale pensato per recuperare il centro storico di Favara, a cui va il grande merito di aver tracciato una strada intrapresa poi da diverse realtà sparse per la Sicilia e per l’intero meridione. FestiWall ha saputo fare proprie le possibilità e lo spirito di sperimentazioni di questo tipo proponendo però una formula propria e maggiormente legata all’arte urbana.
In cinque edizioni il festival curato da Vincenzo Cascone, e per i primi quattro anni anche Antonio Sortino, ha infatti tracciato uno spaccato di quelle che sono le criticità della città, unendo aspetti critici, urbanistici e prospettive diverse per sviluppare un discorso attorno ad essa. Le storie e le bellezze degli oltre 30 interventi prodotti in questi cinque anni di FestiWall sono il lascito di uno dei più importanti progetti d’arte urbana presenti su tutto il nostro territorio e non solo.

La prima edizione, datata 2015, parte con il semplice assioma 5 artisti per 5 muri. Le opere vengono concentrate tutte in un’unica zona, una scelta di natura logistica ma che ben presto diviene paradigma stesso del progetto.
Ogni area ha infatti le sue caratteristiche e una sua storia che la rendono differente dalle altre. Proprio in virtù delle differenze e delle peculiarità dei diversi quartieri che FestiWall decide di sviluppare il progetto come un indagine vera e propria. L’idea è quella di ripercorrere all’indietro quello che è stato lo sviluppo urbanistico della città facendo salti atemporali e promuovendo una storicità senza soluzione di continuità. L’intento è quello di comprendere meglio Ragusa e far prendere coscienza della città ai suoi cittadini.
La rassegna si è quindi sviluppata in maniera diffusa, attraverso narrazioni implicite e capaci di insistere su luoghi diversi, dal centro alle periferie, adottando per ogni edizione un differente quartier generale con l’intento di spostare temporaneamente il cuore pulsante della città, attivando e scuotendo luoghi e cittadinanza intera.
La possibilità di interagire e di poter affrontare le urgenze di specifici quartieri rappresenta già da sola l’opportunità e il punto di partenza per poter riflettere su di essi. Nell’idea del festival queste zone smettono di essere abbandonate anche solo temporaneamente acquistando, attraverso la forza straniante delle opere realizzate, un nuovo valore collettivo e morale. Gli interventi una volta metabolizzati rappresentano infatti il punto di partenza per far si che lo spazio torni ad essere davvero pubblico.
Questa esigenza nasce dalla volontà di riavvicinare le persone alla propria città, contrastando attraverso l’arte pubblica tutte quelle logiche legate alla storia e all’espansione edilizia che nei secoli e negli anni hanno reciso il rapporto tra Ragusa e la sua comunità. La storia del capoluogo è infatti segnata dalla presenza di due centri, frutto del terremoto della Val di Noto che nel 1693 spazzò letteralmente via tutto. Bisogna partire da qui, da quasi tre secoli indietro nel tempo per comprendere al meglio le particolarità sociali e territoriali del progetto FestiWall.

Nella sua collocazione originaria Ragusa aveva due chiese maggiori: quella di San Giorgio e quella di San Giovanni. I rispettivi devoti erano divisi da un antica rivalità catalizzata dalle differenti e contrapposte classi sociali. I sangiorgiari erano di origine nobiliare mentre i sangiovannari rappresentavano la nascente borghesia.
Il terremoto fu il pretesto per questi ultimi per riscattarsi dalla soggezione dei nobili e conquistare una propria autonomia. Il risultato fu la costruzione di una nuova città sul pendio del Monte Patro, già sede prescelta per la costruzione della nuova chiesa di S. Giovanni. Di contro i parrocchiani di S. Giorgio decisero di ricostruire la città sulle rovine di quella distrutta, lì dove erano nati e vissuti, additando i sangiovannari come traditori e stranieri.
La rivalità tra Ragusa superiore e Ragusa inferiore o Ibla si protrasse nel tempo, causando diverse divisioni formali e successive riunificazioni, nonché una gara all’abbellimento estetico delle rispettive chiese maggiori. Nel 1926 Ragusa divenne provincia, i due comuni vennero finalmente e definitivamente riuniti sono un unico nome e come patrono della città fu scelto S. Giovanni Battista, S. Giorgio rimane ad oggi il patrono del quartiere inferiore.

A distanza di secoli le particolarità urbanistiche di Ragusa, le sue contrapposizioni sociali continuano a influenzare pesantemente la vita dei suoi cittadini. Nulla di nuovo, il territorio è stato violentato da una massiccia attività costruttiva attraverso una disordinata e disorganizzata espansione urbanistica verso sud e ovest che ha avuto diverse conseguenze di natura sociale ed economica.
La prima e più rilevante è che ci sono più case che abitanti, di queste il 42% risulta infatti sfitto, un dato questo che rende la città la prima in Italia per superfice immobiliare pro capite. A Ragusa insomma ci sono oltre 30.000 abitazioni in più rispetto a quelle necessarie alla popolazione di circa 75.000 abitanti. Non solo, la costruzione di veri e propri “quartieri dormitorio”, privi di servizi, attività commerciali e del tutto abbandonati a se stessi, rappresenta l’ennesimo esempio di una cattiva programmazione economica, politica ed urbanistica. Il risultato è uno squilibrio immobiliare e sociale, costruzioni abbandonate, la nascita di veri e propri ghetti con tutti i problemi che realtà del genere si portano dietro. Questo, unito alla costruzione di giganteschi poli commerciali, ha causato uno svuotamento della parte centrale e storica della città, attratta dagli affitti bassi delle periferie e disincentivata a rimanere nelle zone centrali vista la chiusura di attività commerciali e la conseguente perdita dei servizi, che ha avuto come effetto un rimodellamento del tessuto sociale cittadino.

FestiWall ha voluto quindi restituire un certo tipo di fruizione culturale alla sua dimensione pubblica e gratuita, unendo passato e presente con l’obbiettivo di creare nuovi elementi monumentali, nuovi simboli capaci di restituire un idea di identità e coesione, ma anche di far riflettere aprendo un dialogo con il tempo e con lo spazio. L’edizione del 2019 e le sue opere chiudono il cerchio e ben rappresentano lo spirito e gli stimoli che hanno accompagnato questo lungo viaggio.

M-City: Check Point (Copertina)
Zona industriale Ragusa
M-City è tra le piacevoli soprese di quest’ultima edizione. L’artista e architetto polacco ha lavorato all’interno di un vecchia fabbrica abbandonata unendo in modo perfetto il suo immaginario con gli elementi e le strutture architettoniche del luogo. L’intervento è interamente realizzato attraverso la tecnica dello stenci e fa parte della serie di opere dedicate ai titani. Questi nell’idea dell’autore, oltre ad essere i protagonisti semi-umani di un mondo in decadenza alle periferie dell’impero, rappresentano in modo perfetto i temi le fragilità dell’epoca moderna.
«Nella desolazione di terre lontanissime, una carrozza procede alla verifica delle fortificazioni, sotto l’occhio attento del padrone. Alcuni schiavi trainano la carrozza, altri riparano le gabbie, con il loro lavoro cambiano la realtà, vivendo nascosti dietro i muri corrotti dal tempo, in cerca di energia fra i residui meccanici della civiltà. Il semplice occhio umano non può cogliere la brama onnivora delle multinazionali, può, al massimo, farne parte come consumatore finale. Questa è la condizione dei nostri tempi.” – M-City

Franco Fasoli JAZ: San Giorgio y el terremoto
Via Generale La Rosa
L’opera murale di JAZ è quella maggiormente ispirata alla storia di Ragusa, del suo terremoto e di tutto quello che ha significato per questa città. In particolare l’intervento focalizza la sua attenzione sulla diatriba legata ai santi patroni di Ragusa e sulla rivalità tra la parte antica, devota a San Giorgio e quella moderna devota a San Giovanni.
«Ho pensato fosse interessante collocare un San Giorgio nell’ingresso principale della moderna Ragusa, con alcuni dettagli interni che rimandano alla competizione delle due opposte fazioni. La reazione della gente in prima battuta è stata di sconcerto, ma col passare del tempo sono iniziati ad affiorare sentimenti di nostalgia e conciliazione fra gli antichi e i moderni simboli di Ragusa.» – Franco Fasoli JAZ

Elian: Traiettorie e forme
SkatePark via Napoleone Colaianni (Headquarter 2019)
Lo skate park dipinto da Elian è stato anche il centro gravitazionale dell’ultima edizione di FestiWall. L’artista Argentino ha scelto di romperne le geometrie attraverso un lavoro di decostruzione e costruzione dello spazio. Ispirato dal movimento degli skaters, dalle loro evoluzioni ed incroci capaci di generare linee differenti rispetto al luogo in cui si esercitano, Elian ne ha quindi riplasmato lo spazio trasformando ostacoli e rampe in sculture visive attraverso l’utilizzo della consueta scala di colori e del tipico immaginario astratto. L’intento finale è stato quindi quello di creare una sorta di contrasto tra ciò che esiste e ciò che viene percepito , tra il cemento e l’opera finale. D’altronde, il conflitto, è un elemento essenziale dell’arte.
«Il mio primo obiettivo non è dipingere, ma creare un dialogo con l’ambiente che mi circonda, attraverso ciò che percepisco guardando, attraversando, vivendo lo spazio. È un dialogo basato sulle sensazioni, che cambiano a seconda del luogo in cui mi trovo e lavoro, creando di volta in volta nuovo significato. In ogni città, infatti, al di là dei messaggi che ci trasmettono le istituzioni, i poteri sociali ed economici, c’è sempre una riserva di espressione sfuggente, un campo di significazione artistica e politica che vuole e può essere liberata e democratizzata, offerta a tutta la comunità.
Io cerco semplicemente di ascoltare e interpretare questa riserva, provando a farla emergere attraverso un linguaggio non figurativo, perché credo che l’astrazione possa accedere a un livello di complessità molto più vasto, intrecciandosi con i contenuti urbani senza creare gerarchie tra arte e realtà.» – Elian

Ampparrito: About Reducing, Reusing and Comtemporary Muralism
Zona industriale Ragusa
«Quando il direttore artistico di FestiWall, Vincenzo Cascone, mi ha invitato a far parte dell’ultima edizione di Festiwall, mi ha proposto il luogo dove realizzare la mia opera, ubicato vicino alla zona industriale della città, davanti a un centro di riciclo rifiuti. Il contesto mi ha dato l’input per sviluppare l’idea. Oggi il termine riciclo è abbastanza noto e diffuso, perché fra le tre “R” del teorema ecologico (Riciclare, Ridurre, Riutilizzare) è il principio più allineato al nostro sistema economico, una specie di magia attraverso la quale i rifiuti vengono trasformati in prodotti e poi rivenduti mentre salviamo il pianeta e creiamo posti di lavoro. Le altre 2 “R”, invece, non sono così alla moda e redditizie. Ridurre e riutilizzare sono pratiche anti-sistema, perché implicano meno produzione e non danno né profitto né lavoro. Servono solo a salvare il pianeta. Così ho deciso di giocare con questi due concetti. Mi sono chiesto come affrontare il tema della riduzione dipingendo un murale che, di fatto, è l’opposto di una grandezza ridotta. Poi ho pensato che il muro fosse abbastanza potente da parlare da solo. Mi è sembrata una buona idea passare 3 giorni della mia vita insieme a 4 persone lavorando quotidianamente tra le 8 e le 10 ore, usando 120 litri di vernice e una gru per dipingere un righello di 10 cm su una parete di metri 30×7. Tutti questi sforzi, tutte queste risorse ed energie, per camminare a 50 metri di distanza dall’opera e riportare nuovamente alla sua grandezza naturale (10 cm) un righello dipinto su un prospetto di 30 metri. Un esercizio di riduzione basato sulla distanza, un artificio abbastanza comune, simile a quello usato in certe foto in cui i turisti sembrano toccare la cima della Torre Eiffel, sorreggere la torre di Pisa o afferrare il sole durante un bellissimo tramonto. È una creazione di riduzione. È come avere il mondo in mano. Affrontare il secondo concetto, quello di riuso, è stato invece un pò; più difficile. Avevo bisogno di qualcosa da riutilizzare, ma non ho trovato nulla, quindi ho deciso di riprodurre l’idea iniziale sull’altro lato dell’edificio: la stessa riduzione utilizzata due volte, dunque, 4 persone che lavorano 3 giorni 8-10 ore, con altri 120 litri di vernice e con la stessa gru, per dipingere di nuovo un righello di 10 cm su una parete di 30×7 metri, e poi camminare a 50 metri di distanza dall’opera per ridurre il righello a 10 cm».

Case Maclaim
Via Gela
L’artista tedesco Case Maclaim per l’opera dipinta a Ragusa ha scelto un approccio caratterizzato da una sostanziale evoluzione dall’estetica che da sempre ne accompagna il lavoro. Ben noto per la capacità di riprodurre in maniera iperrealistica mani e parti del corpo umano, per FestiWall Case sceglie di unire anzitutto tecniche diverse e soprattutto di concentrare la propria attenzione verso impostazione maggiormente poetica.
Il risultato finale è un immagine fortemente ispirata alla vita di tutti i giorni dove, partendo dalla foto di una ragazza intenta a pulire un vetro, ha lavorato di finezza sui dettagli e sul riflesso del volto in maniera impeccabile. L’idea è quella di suggerire una visione alternativa della realtà in un luogo come il capoluogo siciliano dove le difficoltà sociali, politiche ed economiche rappresentano alcuni dei temi più caldi.

Roberto Ciredz: Calcare tenero
Zona industriale Ragusa
«Il mio intervento sul prospetto di un cementificio è stato fortemente influenzato dal paesaggio che circonda Ragusa. Il primo giorno in città, il direttore artistico di FestiWall, Vincenzo Cascone, mi ha accompagnato al muro passando per una strada secondaria che costeggia la zona industriale dove la presenza di cave e pareti scoscese, costituite da terre di tonalità molto chiara, hanno catturato la mia attenzione. Il colore chiaro è dovuto alla presenza del calcare tenero che si sposa perfettamente con le forme sinuose delle colline, accentuate dal blu del cielo in contrasto. Il sole forte, che colpisce i costoni delle cave, crea delle gradazioni di marrone che vanno dal chiaro allo scuro, indirizzando l’occhio a un approccio meditativo.
Un altro grande suggerimento l’ho avuto imbattendomi in una fotografia appesa nella casa dove abbiamo soggiornato durante il festival, una foto delle cave realizzata da Marcello Bocchieri, che ritrae Ragusa all’interno del sistema di cave: si percepiva benissimo come la continuità dell’altopiano viene spezzata da un vuoto, una frattura che forma una valle, creando a sua volta un gioco di chiari e scuri con un potenziale grafico fortissimo.
Per questo, l’intenzione del mio lavoro è stata di ammorbidire l’impatto imponente e rigido del prefabbricato rettangolare del cementificio, ricoprendola con una variazione di forme e colori riconducibili all’orografia del paesaggio circostante e a una gamma cromatica che ne potesse esprimere la ricca irregolarità.»

Photo credit: FestiWall