fbpx
GORGO

BLU has buffed his Murals in Bologna

Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Immagino l’avete sentita molte volte questa frase, forse un po’ banale è vero, ma parecchio efficace per descrivere lo scenario, da ‘causa/effetto’ che sta interessando Bologna in questi giorni. Una bella frase ridondante, di quelle da usare nelle pubblicità o come reclaim per qualche film – in effetti mi viene in mente The butterfly effect, produzione hollywoodiana basata proprio su questo concetto – Qui però c’è una bella differenza, uragano e battito d’ali sono legati dallo stesso posto, e ciò che ne è seguito, ha le sembianze di una vera e propria tempesta.

Ho dovuto prendermi un paio di giorni per riflettere, per conto mio, senza dare peso ad una timeline di Facebook letteralmente invasa da stati, foto e prese di posizioni dirette ed indirette. C’è stata una mobilitazione di massa, non poteva essere altrimenti visto lo spessore e il blasone del nome chiamato in causa e soprattutto della risposta. Tutti, ma davvero tutti, hanno deciso di schierarsi apertamente e dire la propria, di manifestare il proprio sostegno verso un accaduto che di precedenti non ne ha, se non teniamo in considerazione l’analoga vicenda Berlinese (Covered).

In precedenza avevo deciso di tacere, di non schierarmi, scegliendo piuttosto un approccio equilibrato, e cercando di farmi un idea precisa della situazione, parlando con i diretti interessati. Perché? Perché le polemiche non fanno per me e perché reputo Gorgo non un contenitore per acchiappare link – sarebbe stato facile provocare ed unirmi al coro di dissenso, aumentando di conseguenza le entrate sul sito – ho scelto di farmi una mia e precisa idea, chiarendo il mio punto di vista a chi di dovere, ascoltando e riflettendo, e rispondendo apertamente, esponendo le mie perplessità, in privato e senza aizzare e fomentare la polemica. Son sempre convinto che il dialogo, educato ed onesto, abbia ancora la sua ragione di esistere.
Il perché allora di questo testo? Il motivo è semplice, davanti alla criticità, all’impatto di un gesto come quello di BLU, ma soprattutto oltre un semplice schierarsi da una o dall’altra parte, mi son chiesto, e adesso?

Andiamo con ordine, giusto per far chiarezza a chi la situazione non l’ha ben presente. Il prossimo 18 di Marzo apre a Bologna “Street Art. Banksy & co”. Nulla di strano, in mostra la Street art, come quelle che siamo soliti mostrarvi le immagini, viene da pensare. Invece no. L’allestimento dello show, che ha dalla sua parecchi nomi di spessore della scena internazionale, ha tra i lavori in mostra, alcune opere letteralmente staccate, restaurate ed infine esposte, di BLU. Ad alimentare ulteriormente la polemica, è la direzione del progetto in mano a Genus Bononiae, nella persona di Fabio Roversi Monaco. Il suddetto ha dalla sua un curriculum di questo tipo: membro della loggia massonica Zamboni – De Rolandis, dal 1985 al 2000 rettore dell’università, ex-presidente di Fondazione Carisbo e Bologna Fiere, presidente Banca Imi, Accademia di Belle Arti ed appunto Genus Bononiae. Sangue al cervello.
Sul terremoto mediatico e sociale che una mossa del genere ha scatenato, penso non ci sia bisogno di spendere ulteriori parole. Tanto è stato detto e scritto.

Partiamo da una riflessione personale su uno dei punti della mostra, quello che ha dato il via agli ‘stacchi’. Credo che il problema – se così vogliamo chiamarlo – della conservazione delle opere in strada, sia qualcosa di assolutamente attuale e su cui qualche considerazione vada espressa o comunque provare ad aprire un dibattito, sia per una posizione che per il suo opposto. In particolare penso a tutte quelle opere, spesso di grandi dimensioni, realizzate nel corso di festival o progetti che, giocoforza, nel corso del tempo andranno incontro ad un deterioramento. Sto parlando di opere legali, dipinte all’interno di contenitori che spesso hanno il patrocinio dei comuni, prodotte quindi come risultato degli sforzi collettivi, di associazioni, enti ed appassionati. Si tratta di interventi che in breve tempo segnano profondamente l’aspetto del territorio, diventandone simbolo, così come di interi quartieri e della loro collettività.
Realizzare un piano di conservazione, che coinvolga e sia in accordo con lo stesso l’artista, penso sia un argomento caldo e sui cui vada la pena riflettere. È anche vero che si tratta di un territorio del tutto nuovo, che si stacca – scusate il termine – con l’idea di street art tradizionale. Che nasce dalla situazione attuale, con l’impazzare di festival, progetti e mostra in tutto il mondo e con il passaggio ad una pittura più orientata verso una ‘decorazione’. Vengono infatti prodotte molte opere, e tra queste, alcune sarebbe davvero un peccato andassero perse.
Al tempo stesso, con un azione del genere, si perde completamente il senso di effimero. Elemento che ha da sempre distinto tutto ciò che gravita ‘in strada’. Penso poi al problema su chi debba decidere cosa effettivamente vada mantenuto e cosa lasciato, tutte questioni vere e reali a cui probabilmente ne seguirebbero altre fin qui non prese in considerazione. Già vado in tilt, preferisco allora lasciare che sia la strada ed il tempo a decretare cosa resterà, al netto di soluzioni interessanti ed eticamente coerenti, che per ora latitano.

Se lo scopo di “Street Art. Banksy & co” è quello di far riflettere sull’esigenza o meno di una conservazione, non c’è affatto riuscita. La percezione che in questo momento ha la mostra, è quella di un grande mercato, dove, pagando il biglietto, vado a vedermi gli stacchi di BLU e le opere di alcuni artisti di blasone. Gli stacchi non sono in vendita, è bene dirlo, ma non credo dopo lo scossone provocato dal grande artista Italiano, che questa percezione negativa dello show, cambi al giorno dell’apertura.

Il primo problema son proprio gli stacchi stessi, la loro presenza, la loro ragione d’essere, e le modalità con i quali vengono proposti. C’è più l’impressione di una manovra economica che artistica. La street art nella sua conversione è si entrata in galleria, creando già qui una frattura nel senso ‘puro’ del termine, ma lo ha fatto tenendo conto e dandosi delle ‘regole’ differenti e proprie. Gli artisti stessi in primis.
Lo stacco, non autorizzato dall’artista, è stato eseguito su opere che diversamente sarebbero state distrutte dalla demolizione del fabbricato che le ospitava, va decisamente contro l’idea di arte effimera e popolare, ma anzi viene associato, nell’immaginario collettivo, ad una vendita compulsiva e poco etica. Il denaro che entra a gamba tesa in un movimento con cui, per valori etici condivisi dagli autori stessi, ha davvero poco a che fare. Non importa quindi che al restauro ci abbiano lavorato persone decisamente competenti, che hanno trattato pitture di artisti tradizionali e storici, e che nel caso specifico potevano sviluppare spunti, anche tecnici, rilevanti per prendere una posizione, o semplicemente per togliere qualche curiosità, sul senso e sui tecnicismi legati ad una conservazione delle opere su muro.

In breve, i problemi della mostra sono molteplici. Si parte dalla figura che c’è dietro, dall’idea di far pagare il costo del biglietto, ma soprattutto a cosa viene proposto, ed al modo in cui lo stesso viene proposto.

Se in un primo momento c’è la stata una pioggia di critiche da più parti, in secondo luogo è arrivata la vera e propria tempesta, a guidarla lo stesso BLU. Esattamente come lo show si è fregiato di un nome così rilevante, e capace di conseguenza di calamitare l’attenzione, l’artista ‘sfrutta’ la sua nomea rispondendo nel modo più incisivo e ridondante possibile.
La città che più di tutte (?) ospitava le sue opere, ora per ciascuna delle stesse, ha ora un ‘bel’ muro grigio. Cancellazione totale di ognuno dei suoi dipinti. Tutto è andato perso per sempre. Faccio un bel respiro e mi dico che questi sono i fatti.

Se da una parte BLU continua a sottolineare il proprio dissenso per la mercificazione della propria arte, dall’altra utilizza la propria stessa popolarità per attaccare in modo diretto, esprimendo un NO gigantesco. D’altronde l’artista ha sempre continuato a lavorare al di fuori di un ‘sistema’ ora consolidato, rifiutando festival ed eventi, non partecipando a mostre, lavorando special modo negli ultimi anni all’interno di contesti sociali, terreno decisamente fertile per le sue produzioni. Ed è qui la grande differenza.
Per capire BLU bisogna anzitutto comprendere che siamo di fronte ad una figura atipica e slegata dal panorama attuale. Per le sue produzioni non si tratta di semplice pittura, non è una rielaborazione estetica di una fascinazione, di un concetto, di un tema, con la sua successiva evoluzione stilistica. È vero e proprio dissenso, espresso attraverso un disegno, piuttosto che con parole, musica e qualsiasi altro strumento creativo, che prende vita in strada e segue le regole della strada. Un azione politica e sociale che quindi diviene imprescindibile rispetto al luogo in cui prende vita. Semplificando, la ragione d’essere di ogni opera dell’artista è strettamente legata al tema, alla riflessione che lo stesso vuole sviluppare, all’interno di uno specifico ambiente sociale.
Il meccanismo è piuttosto semplice e ben collaudato. La popolarità di BLU è tale che, ogni qualvolta l’interprete sceglie di approfondire una determinata causa, la conoscenza ed il dibattito sulla stessa vengono di conseguenza amplificati. Ben cosciente di questo – mi piace pensarla così – e particoalrmente sensibile a temi di questo genere, non stupisce quindi la scelta di affrontare determinate vicende politiche, sociali ed economiche, ora amplificate attraverso la sua capacità pittorica.
Spesso in modo diretto ed incisivo, BLU ha saputo quindi veicolare messaggi potenti attraverso la forza di un mezzo come la pittura in strada.
L’idea quindi di usare e sfruttare quanto dipinto dall’interprete, ma soprattutto eliminare il suo contesto sociale, politico e collettivo, all’interno del quale poggia e trova la sua stessa ragione d’essere, spostandolo all’interno di quattro mura, è già di per se decisamente un azzardo.
La reazione è stata di quelle spropositate. Ma è di reazione politica che si tratta, esattamente come ciascuna delle pittura di BLU e per questo non stupisce affatto.

E adesso? E adesso ho l’impressione che ci troviamo in un momento cruciale, sono state scoperchiate tutte le perplessità, le contraddizioni che il movimento si trascina da anni. La contrapposizione tra strada e museo, il ruolo delle gallerie, la questione degli stacchi, pratica che sempre più sta prendendo piede, sia in modo legale che illegale. L’artista e il senso intrinseco della sua produzione, ora più che mai non più legata ad un discorso di dissenso sociale, ma maggiormente rivolta verso un idea più artistica.
Si tratta di temi molto caldi ed a cui si fà spesso fatica a trovare un punto comune, un ordine, e che quindi ogni singolo interprete digerisce e sviluppa nel modo che sente più suo ed opportuno.
La cancellazione di ogni singola pittura fin qui realizzata a Bologna assomiglia quindi anzitutto ad un urlo, una nuova presa di posizione di BLU. L’artista sembra dirci, ciò che viene fatto in strada è effimero, vive e muore in strada e qui deve stare. È anche un autotutela di quanto fin qui realizzato, con il chiaro tentativo di impedire un eventuale stacco bis. Ma soprattutto è una attacco diretto allo show, ed a questo modo di fare arte.

Sebbene mi renda conto della necessità e dell’esigenza di una risposta, sebbene capisca e comprenda la scelta dell’autore, sebbene mi trovi totalmente d’accordo con la forza di un gesto come questo e sui motivi che ne hanno spinto la mano, è per me un momento triste. Ho amato alcune delle opere ora perse, in particolare penso al lavoro realizzato all’XM24 (Covered), per me una delle cose più belle realizzate da BLU, e di cui, pensando in modo un po’ egoistico, mi è stata tolta la possibilità di confrontarmi. Si tratta quindi di una ferita profonda, un taglio netto dal quale sgorga sangue. Sebbene mi renda conto che sia proprio questa la sensazione che l’autore cercava di trasmettere, non posso fare a meno, spinto dalla mia passione, di ‘soffrirci’.
Questo gesto, riscrive gli equilibri di un movimento che nonostante tutto continua la sua corsa. Riporta l’artista e ciò che ha dipinto, come figura prominente, centrale, alimenta ed aizza il dibattito, puntando letteralmente il dito sulle contraddizioni di un città che prima opera una caccia alle streghe, e poi cerca di ‘farsi bella’ attraverso uno spettacolo. Ennesimo cortocircuito figlio dei tempi moderni.
Forse un altro artista avrebbe risposto in modo differente, dipingendo qualcosa magari, ma la reazione e lo scalpore sarebbero senza dubbio stati non gli stessi. Questo è, e di questo prendo atto.
E adesso? e adesso rimaniamo tutti con una ferita, senza possibilità, per ora, di guarigione. Schierati e doloranti.

Pics by Michele Lapini / Eikon Studio


BLU has buffed his Murals in Bologna

Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Immagino l’avete sentita molte volte questa frase, forse un po’ banale è vero, ma parecchio efficace per descrivere lo scenario, da ‘causa/effetto’ che sta interessando Bologna in questi giorni. Una bella frase ridondante, di quelle da usare nelle pubblicità o come reclaim per qualche film – in effetti mi viene in mente The butterfly effect, produzione hollywoodiana basata proprio su questo concetto – Qui però c’è una bella differenza, uragano e battito d’ali sono legati dallo stesso posto, e ciò che ne è seguito, ha le sembianze di una vera e propria tempesta.

Ho dovuto prendermi un paio di giorni per riflettere, per conto mio, senza dare peso ad una timeline di Facebook letteralmente invasa da stati, foto e prese di posizioni dirette ed indirette. C’è stata una mobilitazione di massa, non poteva essere altrimenti visto lo spessore e il blasone del nome chiamato in causa e soprattutto della risposta. Tutti, ma davvero tutti, hanno deciso di schierarsi apertamente e dire la propria, di manifestare il proprio sostegno verso un accaduto che di precedenti non ne ha, se non teniamo in considerazione l’analoga vicenda Berlinese (Covered).

In precedenza avevo deciso di tacere, di non schierarmi, scegliendo piuttosto un approccio equilibrato, e cercando di farmi un idea precisa della situazione, parlando con i diretti interessati. Perché? Perché le polemiche non fanno per me e perché reputo Gorgo non un contenitore per acchiappare link – sarebbe stato facile provocare ed unirmi al coro di dissenso, aumentando di conseguenza le entrate sul sito – ho scelto di farmi una mia e precisa idea, chiarendo il mio punto di vista a chi di dovere, ascoltando e riflettendo, e rispondendo apertamente, esponendo le mie perplessità, in privato e senza aizzare e fomentare la polemica. Son sempre convinto che il dialogo, educato ed onesto, abbia ancora la sua ragione di esistere.
Il perché allora di questo testo? Il motivo è semplice, davanti alla criticità, all’impatto di un gesto come quello di BLU, ma soprattutto oltre un semplice schierarsi da una o dall’altra parte, mi son chiesto, e adesso?

Andiamo con ordine, giusto per far chiarezza a chi la situazione non l’ha ben presente. Il prossimo 18 di Marzo apre a Bologna “Street Art. Banksy & co”. Nulla di strano, in mostra la Street art, come quelle che siamo soliti mostrarvi le immagini, viene da pensare. Invece no. L’allestimento dello show, che ha dalla sua parecchi nomi di spessore della scena internazionale, ha tra i lavori in mostra, alcune opere letteralmente staccate, restaurate ed infine esposte, di BLU. Ad alimentare ulteriormente la polemica, è la direzione del progetto in mano a Genus Bononiae, nella persona di Fabio Roversi Monaco. Il suddetto ha dalla sua un curriculum di questo tipo: membro della loggia massonica Zamboni – De Rolandis, dal 1985 al 2000 rettore dell’università, ex-presidente di Fondazione Carisbo e Bologna Fiere, presidente Banca Imi, Accademia di Belle Arti ed appunto Genus Bononiae. Sangue al cervello.
Sul terremoto mediatico e sociale che una mossa del genere ha scatenato, penso non ci sia bisogno di spendere ulteriori parole. Tanto è stato detto e scritto.

Partiamo da una riflessione personale su uno dei punti della mostra, quello che ha dato il via agli ‘stacchi’. Credo che il problema – se così vogliamo chiamarlo – della conservazione delle opere in strada, sia qualcosa di assolutamente attuale e su cui qualche considerazione vada espressa o comunque provare ad aprire un dibattito, sia per una posizione che per il suo opposto. In particolare penso a tutte quelle opere, spesso di grandi dimensioni, realizzate nel corso di festival o progetti che, giocoforza, nel corso del tempo andranno incontro ad un deterioramento. Sto parlando di opere legali, dipinte all’interno di contenitori che spesso hanno il patrocinio dei comuni, prodotte quindi come risultato degli sforzi collettivi, di associazioni, enti ed appassionati. Si tratta di interventi che in breve tempo segnano profondamente l’aspetto del territorio, diventandone simbolo, così come di interi quartieri e della loro collettività.
Realizzare un piano di conservazione, che coinvolga e sia in accordo con lo stesso l’artista, penso sia un argomento caldo e sui cui vada la pena riflettere. È anche vero che si tratta di un territorio del tutto nuovo, che si stacca – scusate il termine – con l’idea di street art tradizionale. Che nasce dalla situazione attuale, con l’impazzare di festival, progetti e mostra in tutto il mondo e con il passaggio ad una pittura più orientata verso una ‘decorazione’. Vengono infatti prodotte molte opere, e tra queste, alcune sarebbe davvero un peccato andassero perse.
Al tempo stesso, con un azione del genere, si perde completamente il senso di effimero. Elemento che ha da sempre distinto tutto ciò che gravita ‘in strada’. Penso poi al problema su chi debba decidere cosa effettivamente vada mantenuto e cosa lasciato, tutte questioni vere e reali a cui probabilmente ne seguirebbero altre fin qui non prese in considerazione. Già vado in tilt, preferisco allora lasciare che sia la strada ed il tempo a decretare cosa resterà, al netto di soluzioni interessanti ed eticamente coerenti, che per ora latitano.

Se lo scopo di “Street Art. Banksy & co” è quello di far riflettere sull’esigenza o meno di una conservazione, non c’è affatto riuscita. La percezione che in questo momento ha la mostra, è quella di un grande mercato, dove, pagando il biglietto, vado a vedermi gli stacchi di BLU e le opere di alcuni artisti di blasone. Gli stacchi non sono in vendita, è bene dirlo, ma non credo dopo lo scossone provocato dal grande artista Italiano, che questa percezione negativa dello show, cambi al giorno dell’apertura.

Il primo problema son proprio gli stacchi stessi, la loro presenza, la loro ragione d’essere, e le modalità con i quali vengono proposti. C’è più l’impressione di una manovra economica che artistica. La street art nella sua conversione è si entrata in galleria, creando già qui una frattura nel senso ‘puro’ del termine, ma lo ha fatto tenendo conto e dandosi delle ‘regole’ differenti e proprie. Gli artisti stessi in primis.
Lo stacco, non autorizzato dall’artista, è stato eseguito su opere che diversamente sarebbero state distrutte dalla demolizione del fabbricato che le ospitava, va decisamente contro l’idea di arte effimera e popolare, ma anzi viene associato, nell’immaginario collettivo, ad una vendita compulsiva e poco etica. Il denaro che entra a gamba tesa in un movimento con cui, per valori etici condivisi dagli autori stessi, ha davvero poco a che fare. Non importa quindi che al restauro ci abbiano lavorato persone decisamente competenti, che hanno trattato pitture di artisti tradizionali e storici, e che nel caso specifico potevano sviluppare spunti, anche tecnici, rilevanti per prendere una posizione, o semplicemente per togliere qualche curiosità, sul senso e sui tecnicismi legati ad una conservazione delle opere su muro.

In breve, i problemi della mostra sono molteplici. Si parte dalla figura che c’è dietro, dall’idea di far pagare il costo del biglietto, ma soprattutto a cosa viene proposto, ed al modo in cui lo stesso viene proposto.

Se in un primo momento c’è la stata una pioggia di critiche da più parti, in secondo luogo è arrivata la vera e propria tempesta, a guidarla lo stesso BLU. Esattamente come lo show si è fregiato di un nome così rilevante, e capace di conseguenza di calamitare l’attenzione, l’artista ‘sfrutta’ la sua nomea rispondendo nel modo più incisivo e ridondante possibile.
La città che più di tutte (?) ospitava le sue opere, ora per ciascuna delle stesse, ha ora un ‘bel’ muro grigio. Cancellazione totale di ognuno dei suoi dipinti. Tutto è andato perso per sempre. Faccio un bel respiro e mi dico che questi sono i fatti.

Se da una parte BLU continua a sottolineare il proprio dissenso per la mercificazione della propria arte, dall’altra utilizza la propria stessa popolarità per attaccare in modo diretto, esprimendo un NO gigantesco. D’altronde l’artista ha sempre continuato a lavorare al di fuori di un ‘sistema’ ora consolidato, rifiutando festival ed eventi, non partecipando a mostre, lavorando special modo negli ultimi anni all’interno di contesti sociali, terreno decisamente fertile per le sue produzioni. Ed è qui la grande differenza.
Per capire BLU bisogna anzitutto comprendere che siamo di fronte ad una figura atipica e slegata dal panorama attuale. Per le sue produzioni non si tratta di semplice pittura, non è una rielaborazione estetica di una fascinazione, di un concetto, di un tema, con la sua successiva evoluzione stilistica. È vero e proprio dissenso, espresso attraverso un disegno, piuttosto che con parole, musica e qualsiasi altro strumento creativo, che prende vita in strada e segue le regole della strada. Un azione politica e sociale che quindi diviene imprescindibile rispetto al luogo in cui prende vita. Semplificando, la ragione d’essere di ogni opera dell’artista è strettamente legata al tema, alla riflessione che lo stesso vuole sviluppare, all’interno di uno specifico ambiente sociale.
Il meccanismo è piuttosto semplice e ben collaudato. La popolarità di BLU è tale che, ogni qualvolta l’interprete sceglie di approfondire una determinata causa, la conoscenza ed il dibattito sulla stessa vengono di conseguenza amplificati. Ben cosciente di questo – mi piace pensarla così – e particoalrmente sensibile a temi di questo genere, non stupisce quindi la scelta di affrontare determinate vicende politiche, sociali ed economiche, ora amplificate attraverso la sua capacità pittorica.
Spesso in modo diretto ed incisivo, BLU ha saputo quindi veicolare messaggi potenti attraverso la forza di un mezzo come la pittura in strada.
L’idea quindi di usare e sfruttare quanto dipinto dall’interprete, ma soprattutto eliminare il suo contesto sociale, politico e collettivo, all’interno del quale poggia e trova la sua stessa ragione d’essere, spostandolo all’interno di quattro mura, è già di per se decisamente un azzardo.
La reazione è stata di quelle spropositate. Ma è di reazione politica che si tratta, esattamente come ciascuna delle pittura di BLU e per questo non stupisce affatto.

E adesso? E adesso ho l’impressione che ci troviamo in un momento cruciale, sono state scoperchiate tutte le perplessità, le contraddizioni che il movimento si trascina da anni. La contrapposizione tra strada e museo, il ruolo delle gallerie, la questione degli stacchi, pratica che sempre più sta prendendo piede, sia in modo legale che illegale. L’artista e il senso intrinseco della sua produzione, ora più che mai non più legata ad un discorso di dissenso sociale, ma maggiormente rivolta verso un idea più artistica.
Si tratta di temi molto caldi ed a cui si fà spesso fatica a trovare un punto comune, un ordine, e che quindi ogni singolo interprete digerisce e sviluppa nel modo che sente più suo ed opportuno.
La cancellazione di ogni singola pittura fin qui realizzata a Bologna assomiglia quindi anzitutto ad un urlo, una nuova presa di posizione di BLU. L’artista sembra dirci, ciò che viene fatto in strada è effimero, vive e muore in strada e qui deve stare. È anche un autotutela di quanto fin qui realizzato, con il chiaro tentativo di impedire un eventuale stacco bis. Ma soprattutto è una attacco diretto allo show, ed a questo modo di fare arte.

Sebbene mi renda conto della necessità e dell’esigenza di una risposta, sebbene capisca e comprenda la scelta dell’autore, sebbene mi trovi totalmente d’accordo con la forza di un gesto come questo e sui motivi che ne hanno spinto la mano, è per me un momento triste. Ho amato alcune delle opere ora perse, in particolare penso al lavoro realizzato all’XM24 (Covered), per me una delle cose più belle realizzate da BLU, e di cui, pensando in modo un po’ egoistico, mi è stata tolta la possibilità di confrontarmi. Si tratta quindi di una ferita profonda, un taglio netto dal quale sgorga sangue. Sebbene mi renda conto che sia proprio questa la sensazione che l’autore cercava di trasmettere, non posso fare a meno, spinto dalla mia passione, di ‘soffrirci’.
Questo gesto, riscrive gli equilibri di un movimento che nonostante tutto continua la sua corsa. Riporta l’artista e ciò che ha dipinto, come figura prominente, centrale, alimenta ed aizza il dibattito, puntando letteralmente il dito sulle contraddizioni di un città che prima opera una caccia alle streghe, e poi cerca di ‘farsi bella’ attraverso uno spettacolo. Ennesimo cortocircuito figlio dei tempi moderni.
Forse un altro artista avrebbe risposto in modo differente, dipingendo qualcosa magari, ma la reazione e lo scalpore sarebbero senza dubbio stati non gli stessi. Questo è, e di questo prendo atto.
E adesso? e adesso rimaniamo tutti con una ferita, senza possibilità, per ora, di guarigione. Schierati e doloranti.

Pics by Michele Lapini / Eikon Studio