Biancoshock “Web 0.0” New Project in Civitacampomarano

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Guardati attorno, scruta la miriade di oggetti, cianfrusaglie, aggeggi tecnologici che ti circondano. Viviamo in un epoca in cui la tecnologia ha invaso ogni aspetto della nostra vita, sottomettendo abitudini, routine, intercettando e cambiando modi di fare e di relazionarci con il prossimo. E’ di fatto ovunque, scandisce il nostro quotidiano in modo sempre più pressante, con una spinta motoria che va di pari passo con le invenzioni che giorno dopo giorno ci vengono proposte.
Ora riavvolgi il nastro, torna più giovane, quando tutto ciò non era neanche minimamente immaginabile, quando la giornata aveva ritmi diversi, più lenti, legati ad attività, ad esperienze vere, dove tutto non passava necessariamente per lo schermo di un telefono. Spiazzante.

Il cambiamento radicale a cui tutti ci siamo ormai adattati è di fatto stato rapidissimo. Non ci siamo neanche resi davvero conto di quanto la tecnologia, la possibilità di accedere ad internet, sempre, ovunque, in qualsiasi momento, siano così radicati all’interno della nostra vita. Abbiamo volontariamente ceduto una libertà motoria, in favore di una staticità, di una impressione, di un like, di un metodo di comunicazione che piuttosto che avvicinarci, di fatto getta, mattone dopo mattone, le basi per un auto-isolamento. Ne siamo tutti coscienti, ciascuno di noi si rende conto di tutto ciò, ma al tempo stesso non riesce a contrastarlo minimamente. Agiati ed adagiati all’interno dei nostri profili, delle nostre applicazioni, simulacro di una interazione che in passato rappresentava la linfa della vita stessa, mentre ora, assume contorni luminosi, un font gradevole, un immagine, un personaggio costruito per vendersi al resto del mondo.

Al tempo stesso si è innescata l’esigenza di un ritorno ad una sensibilità verso la vita differente. Il desiderio di ricomporre un contatto in un certo senso più puro, meno costruito e filtrato. Sempre più spesso sentiamo il desiderio di abbandonarci, di staccare la spina dall’universo internet, dalla sua velocità, per riprendere ad assaporare il quotidiano. Piccole azioni in grado di slegarci dalla tecnologia, anche solo per poco, e che non fanno altro che riconnetterci con un sistema-vita, più profondo e meno costruito. Ognuno di noi compie questi gesti, consapevole dell’impossibilità di tornare indietro, cercando di ritagliarsi un istante di totale assenteismo dalle dinamiche e dalla senso di velocità che regna nelle nostre giornate.

Molti degli autori che seguiamo costantemente hanno fatto della riflessione sulle differenti dinamiche della società in cui viviamo, il tema centrale del loro operato artistico. Tra spunti di carattere politico, economico e sociale, c’è chi ad esempio a concentrato la propria attenzione sul uomo moderno, raccogliendo l’eredità di una pittura impegnata, pensata per riflettere e far riflettere chi ci si avvicina, anche solo per un istante. C’è chi ha invece rivolto la propria attenzione all’ambiente in cui viviamo, raccogliendo appieno l’eredità di questo cambiamento consequenziale.
La città è infatti cambiata radicalmente in questo progresso accelerato, una corsa (quasi) senza controllo che raccoglie l’eredità di ciò che siamo diventati e, come sempre nel corso della storia, si plasma e viene plasmata in funzione dell’avvicendamento tra uomo e tecnologia.

C’è chi invece ha scelto di raccogliere in modo totalizzante questi due aspetti, gettando le basi per una produzione incentrata su tutte quelle sfaccettature che caratterizzano l’essere umano ed, al tempo stesso, portare avanti una indagine sugli aspetti attivi e passivi di questo costante cambiamento che sta interessando l’uomo ed il suo spazio di vita.
Biancoshock, ha saputo unire in modo sinergico una tematica riflessiva, figlia dei tempi, con un approccio atipico che guarda alla città non più in modo passivo ma bensì attivo. Lo spazio non diviene unicamente tela dove imprimere pensieri e riflessioni, ma diviene parte stessa dell’esperienza artistica. La sua produzione è di fatto una esperienza appunto, capace di centrare, raccogliere, metabolizzare ed elaborare, le differenti implicazioni del sostanziale cambio di vita che sta interessando l’uomo. L’autore Italiano si è imposto per un linguaggio proprio e differente, personale, attraverso il quale metabolizzare in modo peculiare le differenti alterazioni della società moderna. Giocando con i simboli, sovvertendo immagini ed accostandone simbologie e meccanismi culturali e visivi distanti, eppure così dannatamente simili alla radice. Sintomatico in questo senso l’intervento realizzato al Nuart Festival (Covered) che ben rappresenta l’essenza, l’impegno sociale ed il modus operandi dell’interprete Italiano.

Ci siamo spesso soffermati ad analizzare ed approfondire il lavoro di Biancoshock. Da parte nostra c’è sempre stata una difficoltà del definire il suo operato, più che nei temi, piuttosto nei modi in cui l’artista ha saputo interagire con l’ambiente urbano. Un forte senso di non appartenenza, di inedito, che ha di fatto stimolato l’approfondimento e l’analisi, scoprendoci interessati nel constatare le differenti identità e progetti che l’autore ha saputo sviluppare in questi anni.
Il legame con la strada continua ad essere filo conduttore dell’esperienza visiva di Biancoshock. Viene accompagnato dalla spiccata sensibilità nel interagire con la stessa, sia attraverso le dinamiche sociali sia con gli spazi fisici, il tutto attraverso una travalicazione nell’aspetto fisico così come nella stessa funzione. C’è un senso di atipico, che passa per una interazione differente.
Non ci troviamo a confrontarci con una pittura, con un immagine, quanto piuttosto con un concetto. Esteso, rielaborato e proposto attraverso elementi conosciuti, che cambiano ora significato, oppure vengono raccolti e sovvertiti, attraverso una proposta in grado di centrare perplessità sociali, economiche e politiche. Impattando con lo spettatore od il passante casuale in modo diretto, incisivo, spesso ironico.

L’ultimo progetto di Biancoshock rappresenta al meglio l’identità del suo lavoro. Per l’approccio diretto con la strada, per la sua capacità di cambiarne i connotati visivi, per l’interazione con lo spettatore, e per i differenti temi che l’autore Italiano ha voluto qui approfondire.
Per cogliere e comprendere al meglio “Web 0.0”, questo il titolo del progetto, non possiamo che partire dal particolare luogo di lavoro in cui l’interprete ha dato forma e sostanza a questa sua ultima riflessione.

Civitacampomarano è infatti un piccolo paesino in provincia di Campobasso. Ad oggi questo centro abitato conta circa 400 persone, perlopiù anziani. In questa particolare cornice prende vita il CVTA’ Fest, rassegna d’arte urbana che ospita l’intervento dell’artista.
Il paese è il classico esempio di borgo italiano: piccolo, isolato, ricco di tradizioni, un luogo dove internet è di fatto un universo sconosciuto. I telefoni hanno infatti difficoltà a prendere la rete e la connessione dati. Un mondo completamente distante, libero e capace di restare legato ad un tempo passato, quasi congelato in una quotidianità scandita in modo differente.
Parte da questi spunti Biancoshock, per innescare una nuova e provocatoria riflessione. L’idea è quella di dimostrare come tutti quei sistemi, tutte quelle estensioni tecnologiche che ormai sono assimilate nella nostra esistenza, e che vengono quindi considerate dalla stragrande maggioranza della popolazione necessarie e fondamentali, di fatto non lo siano.
Se questa è la prima tematica, l’autore va oltre. Si confronta con lo spazio ed il suo tessuto sociale, scruta e comprende come in realtà, tutte quelle funzioni ed interazioni tecnologiche, siano già presenti in larga parte. In questo luogo come qualsiasi altro.
Biancoshock dà forma ad una sorta di internet ‘in the real life’. Un progetto capace di dimostrare come nella società, nelle tradizioni e nelle culture passate, tutti questi strumenti erano già presenti. Hanno di fatto sempre caratterizzato parte della nostra esistenza attraverso una interazione con le persone diretta, priva di filtri. Ci si incontrava al bar, si parlava si parlava con le persone faccia a faccia, si viveva la città in modo differente.

Il progetto esaspera i concetti dell’interazione sociale fino ad un ritorno alle origini. Al tempo stesso è l’opportunità per un riflessione a tutto tondo sulla nostra società. Biancoshock sottolinea l’atipicità del nostro paese, stretto tra un passato presente, fortemente radicato nei piccoli e tanti borghi sparsi per la penisola, ed un futuro accelerato. Sottolinea una identità fragile, che rimarca l’inadeguatezza e l’incapacità dell’Italia nel sapersi adattare all’epoca moderna.
Contemporaneamente esalta le tradizioni, le culture ed uno stile di vita certamente più puro, slegato dalle controversie della società moderna. Ed è questo forse è il regalo più grande che l’autore poteva farci.

Pics by The Artist

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